mercoledì 26 agosto 2009

Playlist

Onde evitare di incappare in qualche argomento politico che mi faccia venire la mosca al naso, ho evitato accuratamente la lettura dei giornali di oggi, fatta eccezione per un'intervista all'a.d. di Enel pubblicata dal sole 24 ore, relativa al nucleare e la cui lettura critica, sia nella parte domande sia nella parte risposte poteva ricondurre al vuoto pneumatico.
Detto questo, è venuto il momento di pubblicare la playlist che mi ha accompagnato durante i lunghi tratti in macchina delle mie vacanze, in ordine rigorosamente sparso

Cure - Disintegration
Spinerette - Spinerette
Moby - Wait for me
Maxwell - Black summer' night
The lemonhead - Varshons
U2 - No line on the horizon
Ginuwine - A man's thoughts
Tiny vipers - Life on earth
Camera obscura - French navy
Babybird - Ugly Beautiful
Linkin park - Minutes to midnight
Wilco - Wilco (the album)
Davide van de sfroos - Pica!
Alice in chains - Dirt
Babybird - Double A EP
Radiohead - The best of
Jovanotti - Safari
Fruits bats - The ruminant band
The Mars Volta - Octaedron
Savage Garden - Truly madly completly
Billy boy on poison - Drama junke queen
The killers - Day & age
Mark Knopfler & Emmylou Harris - All the road running

più innumerevoli cd contenenti compilation rock che vivono da sempre in macchina
Buon ascolto!

martedì 25 agosto 2009

C'era una volta

Intendevo dedicare questo post a un argomento ameno, vale a dire la lista dei ristoranti dove ho mangiato in queste vacanze, con indirizzi e relative valutazioni, e la playlist di viaggio, ma ahimè, le vacanze finiscono e sono già un bel ricordo, e la dura realtà di ogni giorni riprende i suoi spazi, a maggior ragione quando uno va al bar a prendere un caffè la mattina e legge sul bugiardino locale, vale a dire il Messaggero Veneto, edizione di Udine, un titolo cosiffatto: "Cattedre, la metà ai prof meridionali". Dato che purtroppo conosco bene le abilità dei titolatori del Messaggero, capacissimi di far dire al titolo il contrario di quello che sostiene l'articolo, attendo che chi sta sfogliando il giornale lo depositi, e me ne approprio.
Questo è l'articolo , che tutto sommato è piuttosto neutro, e spiega semplicemente come mai è così facile dalle nostre parti l'inserimento di insegnanti provenienti da altre regioni, che poi si tratti di regioni o meno del meridione è del tutto ininfluente, è una questione di mero meccanismo. L'articolo che invece è irreperibile nella versione online del bugiardino, e che è assai più grave, è un altro, che è il violento attacco leghista ai prof provenienti dal meridione, e la promessa (direi meglio la minaccia), di creare un meccanismo che porti di fatto all'impossibilità per chi proviene dal sud di insegnare in Friuli.
Ora, e lo dico da persona geneticamente padana, assai più di Bossi, della Gelmini, di Calderoli e di chi per loro, essendo io nata all'ombra del Torrazzo e sulle rive del fiume Eridano, tutto ciò è veramente una stronzata, una idea del tutto imbecille che può essere partorita solo da imbecilli.
Nella mia personale carriera scolastica ho avuto professori meridionali eccelsi (una tra tutte, l'insegnante di matematica delle superiori) e deprecabili, così come professori settentrionalissimi eccelsi (sempre per citarne una tra tutte, la prof di lettere del biennio delle superiori) e altri che sarebbe stato meglio non incontrare sul proprio cammino.
Non credo che la matematica mi sarebbe potuta essere insegnata meglio se la docente avesse parlato con accento lombardo piuttosto che siciliano, nè che sia stato l'accento lombardo a far si che l'insegnamento della prof di lettere abbia prodotto dei buoni risultati sul mio atteggiamento nei confronti delle lettere e sul mio modo di praticarle.
Dopo di che credo sia necessario dire che l'insegnamento, qualsiasi insegnamento, deve essere impartito in lingua italiana, perché è demente insegnare in uno dei qualsiasi dialetti/lingue di questo paese, per non dire del fatto che tutti questi salvatori delle piccole patrie secondo me della cultura che vogliono portare avanti non sanno nulla.
Però questo post si intitola C'era una volta, che è la formula con cui inizia una storia, ed è una storia che voglio raccontare.
C'era una volta un giovane laureato in lingue, laureato al prestigioso Istituto Orientale di Napoli, culla della linguistica in Italia assieme a Ca' Foscari di Venezia.
Subito dopo la laurea il giovane si rese conto che a Napoli la sua vita sarebbe stata troppo dura, così prese un treno di emigranti e arrivò a Udine, dove, nel corso di una affollata giornata al Marinelli, gli fu assegnata, non senza un po' di dolo (ma si, non si preoccupi, il posto è ben collegato con la città, e non era vero, non lo è ora figuriamoci a quei tempi), la sede di Ampezzo.
Chi sa di Carnia sa di che parlo. Comunque il giovane neoprofessore andò ad Ampezzo, e ci si trovò bene, e gli ampezzani si trovarono bene con lui, al punto che in pochi mesi era un membro attivo della vita locale, e uno dei fondatori di una associazione culturale locale.
Insegnare ad Ampezzo significava anche avere cura dei giovani saurani, abitanti di Sauris, che allora non era ancora la località turistica un po' esclusiva che è oggi, e che erano emarginati dato che non parlavano friulano, ma una variante del 1200 del tedesco. Così il giovane prof andò ad insegnare tedesco moderno ai saurani. Dopo sei anni in quelle che erano diventate le sue montagne, ragioni di famiglia lo portarono a Udine, eppure la Carnia gli rimase nel cuore finché visse.
A Udine continuò a insegnare, in una maniera tale per cui molti dei suoi allievi, una volta entrati nel mondo del lavoro, gli mandavano mail ringraziandolo per la qualità del suo insegnamento, diventò formatore di insegnanti, pioniere della multimedialità nella didattica, ricercatore, eccetera eccetera.
Da un anno questo professore, che pure era ancora giovane e attivo, non c'è più, eppure il suo nome verrà ricordato, a differenza dei nomi degli imbecilli leghisti che firmano certe proposte di legge.
Che vadano a chiedere ad Ampezzo, a Sauris, a San Giorgio di Nogaro, a Feletto, all'Università di Udine, al Goethe Institut di Trieste, Napoli e Monaco chi era Alfredo Colucci, professore meridionale.


lunedì 24 agosto 2009

The day after

Buffa cosa, ho dormito nel mio lettone dopo due settimane, e l'ho quasi trovato strano, forse troppo comodo. O, semplicemente, dieci ore passate alla guida hanno fatto sì che i muscoli fossero molto contratti. In ogni caso mi sono svegliata un paio di volte durante la notte, e per cercare di prendere sonno ho meditato su questo mio lungo viaggio, strano a detta di molti.
Tutti coloro a cui ho detto di non aver utilizzato l'autostrada mi hanno guardato straniti, o, se al telefono, espresso la loro meraviglia.
Beh, devo dire che mi sono divertita moltissimo, e che sono convinta di avere viaggiato in tempi paragonabili a quelli dell'autostrada, ma con un confort infinitamente maggiore.
Persino ieri, nonostante le moltissime ore di guida, da sola e con la sola compagnia dei miei cd, non ho avuto alcun colpo di sonno, nessuno dei cali di attenzione che affliggono di solito i viaggiatori, e questo sicuramente è dovuto alla varietà dei paesaggi.
Devo dire che a volercisi mettere, la cartellonistica stradale costituisce un ottimo argomento di osservazione e studio, anzi, mi chiedo se un qualche laureando in scienza delle comunicazioni abbia mai pensato di scrivere una tesi su questo vario e, per certi versi esilarante, argomento.
No sto a parlare dei vari cartelloni ammiccanti e utilizzanti seminudi femminili per pubblicizzare officine meccaniche, o donne col pancione per le finanziarie, citerò invece due meraviglie del possibile reperite dalle parti di Pordenone.
1) La vita è di dio - l'aborto è contro dio - il rosario salverà la famiglia
Ora, la prima parte dell'affermazione mi trova neutra, io personalmente sono atea e ritengo che la vita sia mia e non di dio, ma se qualcuno preferisce delegare, è un problema suo. La seconda parte è un tantino più problematica, visto che non ho mai trovato da nessuna parte nei libri sacri, che pure ho letto con attenzione, alcun riferimento al fatto che l'aborto sia contro dio più che ammazzare altri uomini con la guerra, tanto per fare un esempio. La terza parte è un tantino spiazzante, Innanzi tutto non riesco a capire che cosa c'entri con le prime due, ma questo è un problema squisitamente semantico, quello che proprio non capisco è come possa fare il rosario a salvare la famiglia. Forse perché la recitazione del rosario da parte di tutti i membri della famiglia li tiene uniti? Beh, lo fa anche la televisione. E la recitazione del rosario ha più cose in comune con la televisione di quanto si pensi, dato che, e lo dico per esperienza dato che a suo tempo mi capito di essere costretta a recitarlo, il far andare la bocca in formule vuote permette di lasciare che la testa vada dove le pare. Evito ulteriori considerazioni su questo magnifico cartello e passo al
2) Cartello con fotografia di figone maschio vestito di nero, sovrastata dalla scritta: Sensitivo Angelologo. Angelologo? Che è, un parente dello speleologo? Il logo deriva da logo, scienza? Esperto in scienza degli angeli? Ma una volta si parlava del sesso degli angeli, ed era modo per dire che si discuteva sul nulla!
Insomma che si capisce benissimo come il viaggiare su strade statali abbia i suoi vantaggi, anche in termine di pensiero: un cartello come quelli di cui sopra fornisce materiale da meditazione per diversi km, al punto che invece che calcolare il consumo di benzina per 100 km, si potrebbe tradurre il viaggio in cartelli da meditazione per 100 km.
In ogni caso, alea iacta est, quando possibile eviterò l'autostrada anche per il futuro.

domenica 23 agosto 2009

Il lato lungo del triangolo

E' venuto il momento di ripartire, di tracciare la rotta verso nord est che mi riporterà a casa, il lato lungo di questo triangolo acutangolo che ho percorso durante le mie vacanze.
Prendo l'Aurelia in direzione di Genova, è presto e c'è poco traffico, arrivo in città e giro a sinistra, verso l'entroterra e i Giovi. La strada inizia a salire a tornanti, fino al passo che porta in quella che a parer mio è la vallata più brutta d'Italia, vale a dire la Valscrivia.
Mi scusino gli abitanti della valle, ma anche oggi, nonostante il fatto di percorrerrla fuori dal tunnel obbligato dell'autostrada, non mi ha dato sufficienti argomenti per rivalurarla, complice forse il tempo brutto, la foschia, il cielo coperto. La valle è stretta, nell'esiguo fondo scorrono il fiume, la statale, l'autostrada, la ferrovia, il territorio è quasi inesistente, e i paesi, che pure hanno costruzioni graziose, sembrano provvisori, un plastico ferroviario.
Il traffico è scarso, e quando arriva il classico momento dell'idiota mi coglie del tutto impreparata.
Siamo a Serravalle, e a causa di un incrocio un po' strampalato c'è una piccolissima colonna. La vedo e rallento, e in questo frangente do' una precedenza che avrei anche potuto fare a meno di dare, ma d'altra parte, fermarsi due metri prima o due metri dopo che cosa cambia?
Non la pensa così il tipo in Ferrari che sta dietro di me, che mi strombazza e inizia a farmi gestacci. Dato che continuiamo ad essere in colonna, e dato che ogni volta che freno questo si braccia facendo sceneggiate napoletane degne di miglior causa, decido di esercitare il massimo della pressione sui suoi fragili nervi, a me d'altra parte non costa nulla. Così lascio che quelli prima di me partano, e aspetto finché il tizio non diventa paonazzo, poi mi muovo in prima, freno a metà percorso, riparto. So che più avanti c'è una rotonda, alla quale io dovrò andare a sinistra, non so perché, ma immagino che il tizio dovrà andare a destra. Così arriviamo alla rotonda al velocità da sciuretta sulla macchinina senza targa, esercito la prudenza sul dare precedenza in maniera plateale, mentre il tipo strombazza, ed è inutile dire che mi metto in modo che non mi possa sgusciare a destra, poi, mentre parto con la massima calma, innalzo, il più visibile possibile il dito medio della mano destra, a questo punto svolto e do' gas. Vero che io ho una Nissan e lui una Ferrari, ma non è il mezzo che fa la guida ...
Continuo il mio viaggio nell'oltrepò pavese, arrivo vicino a Piacenza, passo il Po a Caorso, mentre già vedo quell'ago di bussola che è il Torrazzo davanti a me. Non mi lascio tentare dalla mia città natale, la passo e vado verso Mantova.
Dalle parti di Piadena mi coglie la fame, moltissimi locali però sono chiusi per ferie, alla fine trovo un agriturismo, e devo dire che il culo del viaggiatore mi ha assistito. Mangio benissimo, un paio di pezzetti di erbazzone come antipasto, ravioli con ricotta ed erbette, e, al posto del secondo, un piatto di deliziosi affettati nostrani con una insalata fresca.
Riparto corroborata da un buon caffè e mi dirigo in direzione di Verona, poi Vicenza, Treviso, e poi, improvvisamente, vedo la fine del viaggio.
Ho incontrato innumerevoli città del vino, così tante che mi viene da dire che l'Italia dovrebbe scrivere "Nazione del vino" su appositi cartelli da affigere ai confini nazionali, con l'eneco delle città del vino complete di distanze chilometriche.
Arrivo a casa dopo dieci ore di viaggio, a cui togliere due ore tra pranzo e soste tecniche, sono 550 km, e devo dire che sono veramente soddisfatta, ovviamente ci sono altre cose da dire e raccontare, ma ora sono stanca, provvederò domani.

sabato 22 agosto 2009

Il business delle streghe

Come deciso, parto piuttosto presto per andare a visitare Triora, il paese delle streghe. Mi sono documentata un pochino, e ho scoperto che in questo paesetto dell'entroterra ligure, oltre 200 donne furono accusate di stregoneria, numero poi ridotto dal fatto che vennero accusate le nobili così come le popolane, e questo ovviamente non si fa, le popolane possono essre streghe, le nobili giammai.
Mi sono anche studiata il percorso con il solito viamichelin, sempre per evitare l'autostrata: Aurelia fino ad Albenga, e poi strade provinciali varie.
Data l'ora mattutina, e il fatto che è sabato, c'è pochissimo traffico. Supero Albisola Mare, Savona, e via via tutti i vari paesi del ponente ligure.
Devo dire che non c'è paragone tra il levante e il ponente, e il saldo positivo è tutto a favore di quest'ulttimo. I paesi sono più ordinati, più ariosi, più attraenti, non ho mai visto in ponente un bailamme come quello in cui sono incappata a Rapallo, cittadina che mi ha fatto venire tentazioni da delenda Cartago.
Mi rendo conto, attraversandoli uno dopo l'altro, che i paesi ponentini sono praticamente tutti dotati di certificazione ambientale. Ok, benissimo, però c'è un però: in nessuno di questi comuni si fa una raccolta differenziata spinta, ci sono dappertutto i cassonetti, e in gran parte traboccano, che ne pensano i certificatori di questo piccolo particolare?
So benissimo che può essere complicato mettere in piedi un sistema di raccolta differenziata porta a porta in località che vedono la propria popolazione mutare a fisarmonica tra quella invernale e quella estiva, ma sono convinta che una soluzione migliore dei cassonetti sia possibile trovarla.
Intanto arrivo a Pietra Ligure, paese che nella mia memoria pragono ai lager nazisti uniti ai gulag sovietici. Ovviamente Pietra, di per se stessa, non ha alcuna colpa, il fatto è che da piccola mi ci mandavano in colonia, e ho dei ricordi terrificanti. Onde non si pensi che sono i ricordi di una bimba viziata, dirò che la colonia dove venivo mandata, dopo aver subito una ispezione provocata dalle mie continue lamentele con i miei genitori, che sapevano che non sono una che si lamenta facilmente, venne chiusa, e noi poveretti rimandati a casa prima della fine naturale della pena.
Crescendo ho rivalutato Pietra Ligure, che però continuo a non amare, forse anche per via della ferrovia, che lì scorre ancora tra le case e le spiagge.
Arrivata ad Albenga mi addentro nell'entroterra ligure, e in breve inizio a salire su una strada tutta curve, che ricorda di essere una provinciale solo ed esclusivamente per via dei cartelli chilometrici. La strada è immersa nel bosco, e ha a tratti luci di acquario, mentre in altri ha un buio da caverna primordiale che i fari della macchina faticano a forare.
Ho lasciato da tempo l'ultimo abitato, e inizio a sentirmi un po' strana: sono partita sull'onda dell'entusiasmo senza colazione, e mi rendo conto di avere un imponente calo di zuccheri. La fine della strada non si vede, e sto seriamente pensando di tornare indietro quando finalmente vedo l'ultimo incrocio, sono praticamente arrivata.
Parcheggio, bevo un caffè e mangio un pasticcino, e girello per i vicoli medievali, molto ben restaurati. Mi rifiuto di visitare il museo della stregoneria e quello etnografico, non ho voglia di folclore, voglio semplicemente calcare queste pietre già calcate da tante donne che, per il semplice fatto di dare adito a qualche dubbio di indipendenza mentale, hanno sofferto tanto.
Mi immedesimo con loro, anche perché sono tante le persone che mi conoscono e che spesso dicono che ai quei tempi io sarei stata bruciata tra le prime, cosa di cui francamente mi vanto.
Le streghe sono ovunque, anche perché in questo piccolo paese, piuttosto isolato, i cognomi familiari sono ancora quelli di una volta, e ciascuno può dire di aver avuto una strega nel proprio albere genealogico. Non so se essere felice del fatto che di queste donne si conservi la memoria, oppure in qualche modo sentirmi indignata perché lo si fa tramite un business spinto che riguarda l'artigianato, la cucina, tutto insomma.
In ogni caso decido di non pranzare a Triora, ma tornare indietro lungo la strada, nell'ultimo paese prima del bivio, dove ho visto un ristorante.
In realtà di tratta di una trattoria familiare, e la cucina, anche se genuina, non è eccelsa: si potrebbe fare di più con gli ottimi ingredienti a disposizione. In ogni cado mangio dei discreti pansotti con radicchio e noci e un piatto di affettato, il tutto parlando di libri con la proprietaria e cuoca, il che tutto sommato non mi dispiace.
Torno a valle in tempo per incontrare Nadya, alias paperina, vale a dire un'amica anobiiana con cui abbiamo un fitto scambio di messaggi, ma che non avevo mai visto di persona.
Prendiamo un aperitivo in porto a Savona, parlando di noi, dei nostri guai, del nostro amore per la lettura. Abbiamo solo un'ora di tempo, ma la trascorriamo piacevolmente e ci lasciamo col desiderio di rivederci presto.
Torno ad Albisola, mi faccio una doccia e vado a cena alla Meridiana, locale chic della passeggiata a mare, caro come il fuoco ma è l'ultima sera e pazienza, il guazzetto di moscardini è un po' troppo salato, il fritto misto buono ma non eccezionale, in compenso il personale, esclusivamente maschile, è una gran bella vista: camerieri giovani e dal belloccio al veramente bello, vestiti di nero, veloci e sorridenti, pronti a cogliere la minima occhiata da parte del cliente, un maitre giovanissimo e molto bello, vestito di bianco, e il proprietario in camicia azzurra, onnipresente, sorridentissimo e assai piacente. Dato che l'occhio vuole la sua parte, posso dire che la serata è finita bene.

venerdì 21 agosto 2009

Parola d'ordine: ordine!

Il mio resoconto di ieri è stato colpevolmente sbrigativo e lacunoso, a mia discolpa posso solo dire che quando l'ho redatto ero molto stanca, e così non ho affrontato un argomento di cui mi aveva accennato l'amico con cui ho cenato ieri sera. D'altra parte altrimenti il resoconto di oggi sarebbe inesistente, dato che ho trascorso la giornata un po' oziando in spiaggia, un po' dormendo e un po' passeggiando per i vicoli di Albisola.
Veniamo al dunque. Le ultime elezioni a sindaco hanno visto l'affermazione, nel comune di Albisola, del sen. Orsi, gentiluomo di chiara fama e con un teutonico senso dell'ordine.
Verso l'augusto personaggio si sono immediatamente levate le accorate proteste dei residenti dei vecchi vicoli del paese, quelli che dall'Aurelia si inoltrano verso la passeggiata a mare. Noi non possiamo dormire, dicono i residenti, qui c'è casino a qualsiasi ora del giorno e della notte, e soprattutto in estate, con le finestre aperte per via del caldo, tutti questi giovinastri che gozzovigliano sotto le nostre finestre, e chissà se si limitano a gozzovigliare, che poi da qui possono andare in spiaggia, sia mai che la luna, le stelle e l'andare e venire del mare gli ispirino atti contro la pubblica morale.
Detto fatto, il sen. Orsi emette un'ordinanza: il venerdì e il sabato notte, dalle tre alle sei e qualcosa del mattino, è impedita qualsiasi cosa in quella zona di cui sopra, compreso respirare. E' rigorosamente permesso solo il dormire, e solo se si è residenti.
E se siamo affittuari per le vacanze? Domanda un sacco di gente che si incontra nei vicoli, e che teme di non poter rientrare nel proprio alloggio se andrà in altro comune ad assistere a qualcuno dei numerosi spettacoli estivi, che si possono concludere anche piuttosto tardi, per non dire di chi pensa di passare la nottata a Montecarlo, che a questo punto dovrà rientrare solo a mattino inoltrato.
E io cosa faccio col mio forno? Dice il panettiere abituato a vedere scomparire la sua prima infornata di focaccia proprio alle tre del mattino, a temperare gli effetti dell'alcool che qualcuno a bevuto nelle discoteche del ponente.
Ma che senso ha rendere inaccessibile una zona della città? Chiede il prevosto?
Già, che senso ha mi chiedo io? Albisola è una città di mare a vocazione fortemente turistica, il che significa che la maggior parte degli esercizi commerciali del centro trae il suo guadagno in un periodo di circa tre mesi all'anno, e per farlo tiene aperto quasi 24 ore su 24, anche perché i turisti di giorno sono in catalessi sulla spiaggia, e cominciano ad andare un po' in giro dall'ora dell'aperitivo in avanti. La movida, come viene chiamata con un termine mutuato dallo spagnolo e che a me ricorda una tintura per capelli di uso domiciliare, non è una pessima abitudine insorta da quando si è importato il termine. Esiste da sempre, in quasiasi luogo di mare, basterebbe al senatore chiedere a qualche grande vecchio del suo partito, di quelli che da giovani andavano a trascorrere le vacanze al Forte dei Marmi.
Albisola non è il Forte? Indubbiamente no, ma il Forte è diventato tale perché ha avuto la spregiudicatezza di accogliere e favorire le stravaganze degli allora giovani vitelloni, molti dei quali oggi sono tra quelli che a pacificare la propria vecchiaia non fanno altro che pretendere restrizioni per coloro che vecchi non sono. D'altra parte ha ben detto de Andrè, si sa che la gente da buoni consigli se non può più dare cattivi esempi.
Per quanto mi riguarda, nonostante il mio ormai prossimo mezzo secolo, che fa si che mi venga sonno in orario da galline e non ricordi il nome del posto dove ho deciso di andare domani se non leggendolo sulla Moleskine dove l'ho appuntato, ricordo benissimo i pellegrinaggi fatti alle cinque del mattino per cercare un laboratorio di pasticceria che sfornasse bomboloni freschi, e mi chiedo perché, se io non mangio più bomboloni, debba prendermi la briga di impedirlo anche agli altri. E se pesa troppo l'astensione da simili piaceri, beh, basta tenere un alka seltzer a disposizione.
Last but not least, della pregevole ordinanza sono affisse copie in ogni e qualsivoglia angolo della piccola cittadina, così che, anche non volendo, l'ho letta e riletta più volte, e non mi suona bene, nella forma, che del contenuto ho già detto.
Si da il caso che per uno dei tanti casi della via abbia passato alcuni anni a scrivere ordinanze, e se quello seminato in giro è il testo ufficiale e completo, beh, è uno di quei testi che non avei mai fatto firmare al sindaco che ho servito, perché puzza di illegittimità. Ho chiesto all'amico residente di procurarmi il testo depositato in comune, ci voglio studiar sopra.
Dicevo all'inizio che oggi non ho fatto praticamente nulla, salvo rosolarmi e dormicchiare, e mangiare ovviamente. Sto facendomi scorpacciate di spaghetti con … a pranzo, nel ristorangte dell'albergo, che è pregevole, soprattutto perché non cincischia i condimenti, che risultano leggeri, spaghetti con scampetti e calamari, a cena invece spaghetti con polpo e melanzane, dopo i quali mi sono concessa un po' di farinata di ceci.
Domani, grazie al suggerimento di un gentile tassista conosciuto per caso, andrò a visitare Triora, il paese delle streghe. Sono un centinaio di km da qui, nell'entroterra di Imperia, ma d'altra parte non amo così tanto la spiaggia da rosolarmici per due giorni di fila, e poi ho voglia di assaggiare un altro tipo di cucina.

P.S. Giusto per avere una piccola idea su chi è il sen. Franco Orsi leggete qui

Mare a sinistra

E' venuto il momento di lasciare Sarzana e raggiungere la mia ultima meta. I chilometri non sono tantissimi, ma so che il percorso richiederà tempo e pazienza. Tiro fuori la stampata di Viamichelin, e mi accorgo che, nonostante le mie richieste, il sito mi indirizza a prendere l'autostrata, per cui decido di fare di testa mia, d'altra parte si tratta di tenere sempre il mare a sinistra per percorrere non solo la riviera ligure, ma tutto il perimetro d'Europa.
Inizio seguendo le indicazioni per La Spezia, e da lì prendo la SP1 in direzione di Genova. La strada si inerpica sulle montagne liguri, ed è facile dimenticare che siamo in Liguria, perché l'aria che investe la mano fuori dal finestrino è fredda, e la vegetazione è quella che si può trovare in qualsiasi zona montuosa. Però, man mano che ci si alza, ricompare la flora marittima, sotto forma di pini, e il respiro caldo che viene dal mare, non più sbarrato dal primo e più basso contrafforte montuoso, arriva intatto fino al crinale.
Mi inerpico sul passo del Bracco, da un po' di km ho fame, dato che sono partita con un semplice caffè come colazione, ma nei paesi che ho attraversato non ho trovato nulla di interessante.
Cercavo una panetteria, una focacceria, qualcosa di tipico insomma, e invece ho visto solo delle pizzerie, chiuse a causa dell'ora, e dei bar che non promettevano nulla di buono.
Poco prima del passo, all'altezza della discesa per Deiva Marina, incrocio un piccolo albergo a lato della strada, che è così incongruo da costringermi a fermarmi.
Scendo dalla macchina e vengo chiamata da due donne, a bordo della macchina con targa svizzera che avevo davanti fino a poco prima, che mi chiedono indicazioni per Sestri Levante. Gli dico che se vogliono divertirsi non devono fare altro che continuare la strada su cui sono, prima o poi ci arriverà, ma loro sono stanche di curve, per cui le indirizzo verso Deiva, avvertendole però che lungo il mare troveranno un traffico allucinante.
Nel bar del piccolo albergo prendo un caffè e un biscotto, una specie di savoiardo tondo e schiacciato, ricoperto di zucchero a velo, ha l'aria leggera, e infatti le sue tracce spariranno dal mio stomaco in tempi rapidissimi.
Subito dopo il passo mi ritrovo protagonista di una dimostrazione del principio secondo cui una colonna viaggia alla velocità del più lento dei suoi membri. Sto scendendo in quarta, veloce ma non troppo secondo me, quando mi trovo davanti una multipla e devo scalare in terza, di sorpassare non se ne parla, e poi, più avanti ancora, incrociamo un ducato, e si passa alla seconda, e si continuerà così fino a quando ci si fermerà del tutto, ingabbiati nella colonna di auto in ingresso in Sestri Levante.
La strada passa per Rapallo, che è un unico, mostruoso ingorgo. Già il levante ligure non mi piace, ma mi chiedo che cosa venga a fare la gente qui, dove il puzzo di idrocarburi e di smog è peggiore di quello di Milano, per non dire che il traffico fa sembrare roba per dilettanti le brutture viste ai Castelli Romani.
Riesco ad uscire da Rapallo, di nuovo la strada potrebbe essere sgombra se non fosse per un incapace, vale a dire uno che non è capace di sorpassare le biciclette. Ci si avvicina frenando, fino a portarsi alla loro stessa velocità, poi inizia a sorpassarle quanto più lentamente possibile, massimizzando così il pericolo per il ciclista e il fastidio per chi sta dietro e per chi viene nell'altro senso. Inutile dire che non me ne posso liberare, e mi resterà davanti per quasi venti km.
Finalmente arrivo a Genova, la percorro tutta semplicemente seguendo il principio del mare a sinistra, percorrendo la strada sopraelevata che fornisce una incredibile panoramica dei palazzi prospicienti il golfo, per poi sfociare a Sanpierdarena, in una colonna inenarrabile che arriverà fino ad oltre Pegli. Ho di nuovo fame, ma non trovo dove fermarmi, le poche trattorie aperte sono prive di parcheggio, e, ad essere sinceri, non c'è nulla di veramente invitante.
A Varazze decido che ormai arriverò ad Albisola, dove ho prenotato l'albergo, che so che ha anche un ristorante, e così faccio. Ci metto un'ora a trovare parcheggio, ma alla fine si libera un posto proprio sotto l'albergo. Scarico la macchina, mi rinfresco e scendo in sala, e mi premio con un piatto di spaghetti ai frutti di mare, decisamente ben fatti, poi vado a riposarmi.
Per cena ho un appuntamento con un carissimo amico che non vedo da tanti anni. Il tempo trascorso è stato clemente, a parte i capelli bianchi nessuno direbbe che il robusto giovanotto con cui prendo un aperitivo ha 81 anni! Parliamo dei tempi passati e delle innumerevoli avventure che abbiamo vissuto insieme negli anni di lavoro in comune, di amici e conoscenti, di tic e di scenette, ridendo fino alle lacrime mentre mangiamo del pesce freschissimo preparato alla perfezione, per quanto mi riguarda una delle migliori fritture di tutti i tempi.
Ci separiamo a mezzanotte, ancora ridendo. Domani dedicherò la mia giornata al rosolamento in spiaggia, in serata ho un appuntamento con un'altra amica, che ancora non conosco di persona, ma con cui so di avere in comune l'enorme passione per i libri.

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