lunedì 17 agosto 2009

Ahi, Capalbio (ovvero la solitudine dei numeri primi) (*)

E' venuto il momento di partire, e cominciare la vera parte alla ventura delle mie vacanze.
Mi alzo abbastanza presto, faccio la mia ginnastica quotidiana, bevo un tè, un caffè, carico la macchina. Diego dice a Matteo di venirmi a salutare perché devo partire, Matteo dice che non devo partire e sottolinea il fatto buttandosi a capofitto a giocare con la sabbia del cortile, e si rifiuta di salutarmi. E' più che giusto, non ha ancora tre anni, sono entrata a far parte del suo mondo, anche se per un breve periodo, e siccome in questa fase della sua vita tutto è suo, anch'io sono sua e quindi nega il fatto che io adesso sparisca.
Camilla è troppo piccola, per cui il rituale del bacio per lei è solo uno dei tanti baci che si prende durante la giornata, e ride felice.
Saluto Michela e Diego, li ringrazio per l'ospitalità, mi sono veramente sentita come a casa mia, e metto in moto, tirando fuori dalla custodia del computer la stampata di Viamichelin con il percorso fino alla Liguria, che poi è una bazzeccola, si tratta di acchiappare la SS1 Aurelia dalle parti di Civitavecchia, e seguirla fin su.
Infatti sul Grande Raccordo Anulare una uscita chiusa mi disorienta, e finisco per imboccare l'autostrada per Civitavecchia. Esco alla prima per limitare i danni, e trovo subito i cartelli direzionali per l'Aurelia. Attraverso una campagna di stoppie, e poi una serie di paesucoli pseudobalneari e tutti uguali, con palme a fiancheggiare la strada.
A un certo punto vedo un bancarella di fruttivendolo, e decido di acquistare qualcosa da mangiare lungo il percorso. Vedo delle strane pesche schiacciate, e mi ricordo che Diego mi aveva detto di averle mangiare in Sicilia e di averle trovare buonissime, per cui ne acquisto un chilo. La fruttivendola me le da miste, un po' bianche e un po' gialle, e sono effettivamente molto buone. Le bianche hanno una polpa consistente, quasi croccante, venata di rosa chiaro, e profumata di rosa canina. Le gialle invece sono pastose, succose, con un profumo intenso di frutta matura.
Ne mangio tre o quattro guidando, e intanto alla mia sinistra, insistente, invitante, vedo il mare.
Arrivo all'altezza di Santa Severa e mi dico che in fin dei conti non mi corre dietro nessuno, così giro verso la spiaggia. Ho scelto la direzione del castello, e più tardi scoprirò di aver avuto una felice intuizione. Il parcheggio è a pagamento e custodito, cosa che mi va benissimo, mentre la spiaggia è libera, cosa che mi va altrettanto bene.
Prendo dal bagagliaio la borsa da mare e mi avvio. Arrivata sulla spiaggia vera e propria mi cambio, coadiuvata dalla mia solita mancanza di senso del pudore, che in fin dei conti mi permette di spogliarmi completamente in mezzo alla gente senza che a tutti gli effetti nessuno se ne accorga.
Una parte della spiaggia, un piccolo golfo, è strapiena di gente e di ombrelloni, mentre poco più in là, ai piedi delle mura del castello, c'è una fascia di scogli, con poche persone.
A me serve qualcuno a cui affidare la mia borsa, dato che ho dentro parecchie cose che mi sono necessarie, e subito individuo un anziano signore intento a leggere sugli scogli. Gli chiedo se posso lasciare le mie cose vicino a lui mentre mi faccio il bagno, ed acconsente di buon grado.
Appena si entra in acqua c'è una specie di piscinetta naturale, della profondità massima di ottanta cm, poi c'è un'altra fascia di scogli, e finalmente acqua profonda.
Mentre annaspo su questa seconda fascia, ricoperta di alghe scivolose, un tizio che sta lì a prendere il sole mi da alcune istruzioni per evitare di scivolare, così, mentre rientro, mi vien naturale fermarmici a parlare.
E' un mio coetaneo, persona simpatica e interessante, e in breve ci raccontiamo quasi la vita. Torno a riva, mi cambio di nuovo col solito sistema, ringrazio e saluto il vecchietto che nel frattempo ha custodito i miei averi, saluto anche il mio recente conoscente rimasto sulla seconda fascia di scogli, e torno verso la macchina.
In breve arrivo a Civitavecchia, e mi fermo di nuovo, anche perché sento la necessità di togliermi di dosso un po' di salsedine, che nel frattempo ha iniziato a darmi fastidio. Infatti sul lungomare trovo una fontana, e mi lavo abbondantemente la faccia e le braccia, fino a togliere ogni traccia di sale.
Faccio due passi guardando le bancarelle, sono sempre le solite cose, ma alla fine mi faccio attrarre da una cavigliera. Mi è anche venuta fame, così in un bar prendo un tramezzino e una coca cola.
Mi rimetto in macchina, con l'idea di arrivare verso Grosseto.
L'Aurelia prende un aspetto quasi di autostrada, per molti tratti è a quattro corsie coi New Jersey in mezzo. Il mare si allontana, e si vedono le colline che dal Lazio transustanziano in Toscana.
A un certo punto, da lontano, vedo sulle alture un paesetto dall'aspetto molto attraente. Dal nome dell'uscita della statale scopro che si tratta di Capalbio. Beh, che si fa? Ovvio, si va a Capalbio, con tutto quello che ne ho sentito parlare nei miei svariati anni di militanza di sinistra!
L'inizio è promettente. Mano a mano che si avvicina il paesetto diventa sempre più promettente, e sulla strada si vedono molti segnali di B&B e agriturismi con alloggio. Decido che prima mi cercherò da dormire, farò una doccia, e poi andrò a vedere l'Atene della sinistra, come l'ha definita un amico che nel frattempo sta in Siria a mostrare ai locali che non è detto che italiano sia sinonimo di eleganza nel vestire.
Il primo posto in cui mi fermo è l'Agribioalbergo Capalbio. Bellissimo posto, immerso nel verde, sicuramente bio, con l'unico problema di avere disponibile esclusivamente una stanza matrimoniale a un prezzo allucinante, e alla domanda retorica fattami dal proprietario (lei si chiederà come mai c'è una stanza libera il 16 di agosto) mi vien voglia di replicare che il motivo sono i prezzi da furto.
Proseguo nella mia ricerca e incasso una serie di risposte negative che arrivano sempre, e sottolineo il sempre, quando capiscono che sono sola. Probabilmente hanno paura del fatto che essendo sola potrei richiedere di pagare per la matrimoniale il prezzo di una singola, per cui mi prendo il no con un bel sorriso, e la segreta maledizione di non ricevere per il resto della giornata altre richieste oltre la mia. Di solito le mie maledizioni vanno a buon fine.
Dopo aver girato e rigirato Capalbio e dintorni, al punto che i morbidi colli toscani mi stanno uscendo dalle orecchie, gli ulivi artistici sono ridimensionati a tronchi contorti, e anche le bianche pecorelle al pascolo mostrano il vero colore giallastro che ha la lana prima di essere lavata, decido che farò un ultimo tentativo, e si tratta dell'albergo Mimosa, a Carige, frazione di Capalbio. E' un postaccio, e appena entro mi accoglie un odoraccio di fritto e rifritto, per cui decido che prenderò la camera solo se sarà veramente economica. Il tizio, con aria rude, mi dice che ha solo una matrimoniale, ovviamente, e il costo è esattamente quello dell'Agribioalbergo. Il mio sorriso a questo punto mostra anche un po' di canini, credo che non avrà richieste di camere per almeno due giorni, e giro i tacchi.
Lascio che Capalbio torni nel suo oblio, mi rimetto in macchina e decido di arrivare a quella che era la mia meta orginale, vale a dire Grosseto.
In realtà non è tardi, potrei arrivare anche più lontano, ma sento la necessità di farmi una doccia e di guardarmi un po' in giro. Trovo un alberghetto non bellissmo ma pulito e tranquillo, ovviamente hanno solo una matrimoniale, e la signora è indecisa sul fatto di darmela o meno finché non le dico che non me ne frega niente, pago il prezzo intero, che tanto è quasi la metà di quello che mi hanno chiesto a Capalbio. Non ho voglia di cavarmela con un sorriso e una maledizione, mi serve la doccia.
Una volta sistemata, scendo, pensando di andare in centro a cena, e invece vedo tutti i tavoli occupati, e sento un buon profumo. Decido di fare il tentativo, e faccio bene, i tagliolini con fagioli e cozze sono ottimi, giusti di cottura, saporiti, e le cozze sono fresche e locali.
Finita la cena riprendo la macchina e torno in direzione di Roma, a Rispescia, dove ho visto che si tiene la festa di Legambiente.
Che dire se non che è una delusione esattamente come Capalbio? Innanzi tutto si paga l'ingresso, dieci euro, e gli stand, a parte pochi, non sono nulla di che, con roba che si trova in questa stagione sulle bancarelle in quasi tutti i paesi turistici. Canterà Irene Grandi, che non mi piace e non mi interessa, e tutto quello che si vede è a pagamento. Per fortuna trovo il Pomario, cioè una esposizione di antiche varietà di piante da frutto. Da un sacco di tempo accarezzo l'idea di mettere a dimora nel mio orto quattro antichi meli, così mi fermo a parlare con la proprietaria delle piante, ed è un colloquio molto interessante. La signora verrà con le sue piante in autunno a Strassoldo, cioè a pochi km da casa mia, e per allora probabilmente potrò dare corso al mio desiderio.
E' ora di rientrare, una buona notte di sonno e domani raggiungerò Livorno.

(*) La solitudine dei numeri primi – Paolo Giordano

sabato 15 agosto 2009

La colazione dei campioni (*)

E' ferragosto, e come da programma andiamo a Bracciano, dove vivono i nonni di Michela, e dove ci fermeremo a pranzo. Dato che i nonni sono molto anziani, e i genitori di Michela non hanno il tempo, portiamo il necessario per il pranzo, compreso il vassoio di porchetta di Ariccia acquistato ieri.
Riusciamo a partire più o meno secondo la tabella di marcia, dato che prima di mangiare abbiamo intenzione di visitare il famoso castello Odescalchi, quello in cui, i mondani ricorderanno, si è svolto il pranzo di nozze di Tom Cruise. Inutile dire che io proprio non me lo ricordavo, pazienza.
Lasciamo Camilla, vestita per l'occasione come una signorina inglese con tanto di cappellino di pizzo, con nonni e bisnonni adoranti, e andiamo al castello.
Il biglietto costa sette euro, e a parer mio è un po' caro per una visita guidata che si fa in poco più di mezz'ora, probabilmente la nobile erede attuale proprietaria del castello non ricava dai pranzi di nozze introiti sufficienti per manutenere la dimora.
La guida è un po' accorata e superficiale nelle sue spiegazioni, non so se perché desiderosa di finire il suo incarico in una giornata ingrata come ferragosto o per sua natura e preparazione, pone un accento particolarmente rilevante sul fatto che gli affreschi del soffitto della Sala Papalina sono in oro zecchino, mentre tutto il resto del castello è dotato di un soffitto a cassettoni.
Indubbiamente il castello è molto bello, discretamente tenuto, evidentemente destinato ad usi turistici e mondani che rendono dubbia l'autenticità di molte parti. Tengo per me questa impressione, anche perché siamo abbastanza impegnati ad impedire a Matteo di rendere necessario un ulteriore ciclo di restauri. Il piccoletto sale e scende le scale con immenso entusiasmo e con una energia decisamente superiore alla sua età, e tutto sommato si comporta bene, ma non bisogna dimenticare che non ha ancora tre anni, per cui, a turno, gli imponiamo di dare la mano, altrimenti lo perderemmo presto di vista. A un certo punto ci imbattiamo nella camera da letto di una antica principessa, e questo lo riempie di stupore e ammirazione, spingendolo a immedesimarsi in un possibile principe azzurro.
Finito il giro torniamo dai nonni di Michela e ci dedichiamo alla preparazione del pranzo.
Come promesso preparerò la puttanesca, che, mi dicono, genera qualche preoccupazione a causa dei tempi ridotti di cottura del pomodoro. Prometto che cercherò di prolungare questa cottura quanto più possibile senza snaturare la ricetta. Ci siamo portati tutti gli ingredienti, compresa la pasta, tranne l'aglio e il peperoncino. All'ultimo momento, su suggerimento di Diego, ho messo nella borsa anche un ricco ramo di basilico, ed è stato un ottimo suggerimento perché sul posto non avrei rovato basilico sufficiente per la quantità di sugo necessaria.
Anche il peperoncino dà qualche problema. La nonna di Michela ha solo peperoncino in polvere, poi mi si dice di non esagerare col piccante. Scopro sulla terrazza una pianta di peperoncini, che, contrariamente a quanto pensa l'anziana signora, sono perfettamente commestibili, e, tanto ovviamente quanto malauguratamente, non esagero. La puttanesca deve essere piccante, santo cielo, ma quando si cucina in casa d'altri si cerca di adeguarsi alle altrui necessità.
Insomma che cuoce la pasta, cuoce il sugo, si fanno i piatti, e la mamma di Michela mi prega di mettere poca pasta nel piatto del suo vecchio padre. Eseguo, però portando il piatto in tavola dico all'interessato di prendersela con sua figlia se troverà la porzione insufficiente. E insufficiente risulta veramente, al punto che si finisce il piatto della moglie, impedita a mangiare come si deve dal mal di denti. E ovviamente dice anche che il sugo avrebbe bisogno di più peperoncino. Non mi resta che replicare che se dovesse succedere un bis in un qualche futuro cucinerò senza ascoltare i suggerimenti di nessuno.
Finita la puttanesca ci fiondiamo sulla porchetta, che è sublime, contendendoci i pezzetti di cotenna.
Nessuno si è ricordato dell'insalata, ma in fin dei conti non importa. Mangiamo anche il cocomero, e poi acchiappiamo i bambini e ce ne torniamo verso Roma, con l'idea di fare un bagno serale nell'amato lago di Albano.
Per me è l'ultimo, domani me ne andrò da qui. Ho voglia di completare il mio giro, ma mi dispiace lasciare Michela, Diego, mi dispiace lasciare persino i bimbi … incredibile!

(*) La colazione dei campioni – Kurt Vonnegut

I centri commerciali sono tutti uguali

Questa mattina niente turismo, né normale né gastronomico. Questa mattina centro commerciale: è l'ultimo giorno di saldi, Michela ha bisogno di sistemare il guardaroba in vista della ripresa del lavoro dopo la gravidanza, quale occasione migliore per fare compere, visto che può farlo in compagnia di un'amica e senza marito e figli? Sembrerà uno stereotipo, ma uomini e bambini sono un vero e proprio peso morto quando si debbono fare compere, soprattutto quando è necessario fare delle mediazioni tra quello che si vorrebbe indossare e quello che ci si può permettere di indossare. Sono una specialista in questo, ho dovuto farlo per quasi metà della mia vita, e solo una serie di circostanze non esattamente auspicabili mi hanno aiutato a rientrare in una taglia assai vicina a quella che avevo quando ero giovane.
In ogni caso ce ne andiamo verso il centro commerciale di Roma Eur, passando attraverso il cosiddetto quartiere dei ponti, un orrore che riesco a sopportare solo quando Michela mi assicura che l'architetto che lo ha progettato si è suicidato.
Non ricordo chi mi ha detto che la categoria degli architetti è una di quelle a maggior rischio di suicidio, e non faccio fatica a crederci. Soprattutto se si parla di quelli che sono incaricati di inventare o reinventare interi quartieri di grandi città, e in quello mettono tutti i loro sogni, possono ritrovarsi a fare un atterraggio assai brusco quando, a progetto realizzato, finiscono col rendersi conto di aver perso completamente il contatto con la realtà, e che quindi il loro sogno è appunto un sogno, e non un quartiere vivo e vivibile, anzi, finisce per diventare un dormitorio e ricettacolo di violenza e degrado.
Il centro commerciale è un enorme cubo di cemento a più piani, di uno squallido marrone bruciato all'esterno, a cui si aggrappano come frutti ipertrofici i parcheggi rossi.
L'interno è, giustamente visto che siamo a Roma, di uno stile impero romano mutuato da qualche film holliwoodiano di serie b, ed è farcito di negozi consolantemente identici a quelli di tutti i centri commerciali della penisola.
Troviamo il negozio di reggiseni identico a quello da cui mi servo io a Udine, e questo è rassicurante perché conosco la vestibilità di tutti i modelli, e posso dare sicuramente qualche buon consiglio a Michela che deve dismettere i reggiseni da allattamento, e poi i due negozi di taglie comode e di scarpe da cui ci serviamo entrambe, e noto che il fatto di dire alle commesse che io sono una loro cliente, anche se in quel di Udine, le rende assai affabili nei nostri confronti. In ogni caso acquistiamo quello che ci serve a prezzi ragionevoli, cosa che, come sempre, mi fa riflettere sul fatto che se posso acquistare oggi a undici euro una canotta che di norma viene venduta a oltre quaranta, evidentemente in quest'ultimo prezzo c'è qualche cosa che non va.
Passiamo poi alla COOP, ad acquistare generi di prima necessità, e anche qui i prodotti sono gli stessi di qualsiasi COOP d'Italia, con scarsissime concessioni alle produzioni locali, mostrando così la faccia cattiva della globalizzazione.
Torniamo a casa, pranziamo quasi al sacco, con salumi avanzati e mozzarelline di bufala, e nel pomeriggio andiamo a fare l'ormai consueto bagno al lago di Albano.
Ieri abbiamo comprato i braccioli a Matteo, che però, nonostante li abbia orgogliosamente indossati per tutta la giornata, decide che in acqua proprio non vanno, e cerca continuamente di toglierli. In qualche modo gli facciamo fare il bagno, ma non è molto convinto, e fa il bagno anche Camilla, che invece si diverte un mondo.
Prima di tornare a casa passiamo da Ariccia ad acquistare la porchetta per domani.
E' ferragosto, e il programma prevede di andare a pranzo vicino a Bracciano, dai nonni di Michela, ma facendo una specie di servizio catering.
Così abbiamo deciso che io preparerò la pasta alla puttanesca, che ho già fatto l'altro giorno e che ha suscitato entusiasmo, e poi porteremo una buona dose di porchetta di Ariccia.
Diego chiede consiglio a un collega per il miglior acquisto, e ci viene indicato il porchettaro Cioli, sulla piazza del paese. Che sia buono lo si intuisce da lontano: ci sono due porchettari sulla piazza, uno a fianco dell'altro, solo uno ha una lunga coda che attende fuori, ed è proprio quello dove dobbiamo andare noi.
Mentre Diego attende in macchina coi bimbi, io e Michela ci mettiamo in fila. La maggior parte della gente acquista grossi quantitativi, in vista del pranzo di Ferragosto.
In un bar vicino c'è una coppia che canta, allietando il pubblico. Lei non ha una gran voce, ma è intonata, lui invece è un autentico disastro. Ridiamo a lacrime, e iniziamo a scherzare dicendo che solo l'invitante profumo della porchetta ci può far sopportare un simile strazio, fingiamo di svenire l'una nelle braccia dell'altra ad ogni stecca, e in breve tutta la gente in fila ride con noi.
Quando arriva il nostro turno il porchettaro, che è visibilmente stanchissimo, ci è riconoscente a modo suo: io chiedo che cosa è un prodotto che ha sul banco, specificando che sono lombarda, e lui senza che io lo richieda me lo fa assaggiare (è la famosa coppietta laziale), poi, oltre al quantitativo di porchetta richiesto ce ne taglia una bella fetta a parte per lo spuntino mentre andiamo a casa, e ci saluta ringraziandoci per i nostri sorrisi.
Stasera ceniamo leggeri (si fa ovviamente per dire), costine e polenta grigliati, e in un ultimo soprassalto io e Michela finiamo la crostata con le fragoline. Domani ci aspettano Ferragosto e Bracciano, ma siamo ancora tutti in piedi: Matteo non ne vuol sapere di andare a dormire, e noi stiamo svegli con lui.

venerdì 14 agosto 2009

Lo specchio di Diana

Stamattina ci è riuscito il colpaccio: abbiamo dribblato Matteo, che così è restato a casa con papà e Camilla, e siamo uscite solo io e Michela, per una gita a Nemi.
Questa zona dei castelli romani è stupenda, formata da deliziosi paesetti abbarbicati alle pendici di antichi vulcani nel cui fondo risplendono i laghi. Sono luoghi pieni di una magia naturale, che ha molto a che vedere con la semplice bellezza dei posti, e che gli antichi sentivano sicuramente più di noi, al punto che il piccolo lago di Nemi era considerato lo specchio della dea Diana, in onore della quale sorgeva un enorme tempio.
Arriviamo a Nemi da Genzano, percorrendo quindi tutto il perimetro del lago, e dopo essere passate da Albano.
Albano è un paesone incasinato, con un traffico straboccante e indisciplinato, composto per la gran parte di SUV, e riusciamo a venirne fuori solo grazie a una enorme pazienza e alla coscienza che essendo in ferie non ci corre dietro nessuno, visto che il concetto di dare precedenza sembra del tutto sconosciuto agli autisti locali.
Arriviamo finalmente a Nemi, e troviamo da parcheggiare con relativa facilità, subito fuori da un'antica porta.
Torniamo indietro a piedi, ammirando le antiche case del centro, sormontate dalla mole cilinrica della torre di Palazzo Ruspoli, un rudere al quale un restauro d facciata ha restituito un aspetto decoroso a mascherare l'interno in rovina.
Dall'alto vediamo il lago, di un turchino quasi irreale nel suo guscio di verde, anche se è palesemente sofferente: il livello è basso e su un lato si nota una proliferazione di alghe, che non dovrebbe esserci.
Giriamo per qualche viuzza pittoresca, sorprendendoci delle antiche doppie porte col vetro coperto da un merletto e dei baldacchini di glicine, poi andiamo verso la piazza a sbalzo sul lago, per gustare una coppa di fragoline di bosco con la panna.
Il prezzo, già lo sappiamo dall'esperienza dell'altro giorno, sarà un furto, ma decidiamo di concederci ugualmente il piacere. Mentre centelliniamo le fragoline, ci ritroviamo a fare una serie di considerazioni, che valgono per Nemi come per tutti questi paesini.
Sono letteralmente soffocati dal traffico, la via centrale di Nemi, per esempio, stretta e tortuosa com'è è addirittura un doppio senso, e la gente utilizza palesemente le auto, che sono soprattutto grossi fuoristrada, a sproposito, più per fare avanti e indietro salutando gli amici seduti ai tavolini dei bar, che per vera necessità.
Sono trascurati. E' vero, ci sono insegne che reclamizzano le bontà del posto, ma hanno un'aria un po' equivoca, come se fossero state messe per fare un laido occhiolino ai turisti piuttosto che per vera convinzione. E i cassonetti straboccanti immondizia nel caldo infernale di agosto finiscono di completare un'immagine di qualcosa di poco amato, anche se sciorinato per gli eventuali visitatori. Che, giustamente, sono pochini.
Nonostante ciò, troviamo qualche autentico gioiello.
La signora che seduta sulla soglia della sua bottega lavora dei merletti a fuselli, e l'interno della bottega è un antro di questi tesori meravigliosi.
Il forno a legna dove acquistiamo il pane, che troveremo buonissimo anche se meno di quello di Rocca di Papa, e dove vedo in una scansia dei magnifici taralli al vino rosso.
Un fruttivendolo che vende frutti di bosco a prezzi umani, e infatti ne acquistiamo un po' per fare una crostata da mangiare a merenda.
E infine l'Antica Norcineria. L'avevo adocchiata quando siamo entrate in paese, è la primissima bottega che si incontra e mi aveva strappato, anche così, dalla macchina, un “Ossantocielo”, per cui prima di ripartire ci andiamo. L'esterno è pavesato di capicollo e altre delizie, l'interno è una grotta che al posto delle stalattiti ha salami, collane di salsicce e prosciutti. In un angolo, come preziose concrezioni di quarzo, biancheggia una selezione di formaggi, principalmente di pecora.
Michela consiglia di provare il “coglione di mulo”, un salume che ha la forma dell'organo da cui prende il nome, ed è un salame di grana fine, con al suo interno un cuore di lardo, fortemente pepato e aromatizzato al ginepro.
Nel frattempo io ho adocchiato un prodotto che, mi spiega la norcina che mi sta servendo, è costituito da filetto di maiale aromatizzato con varie spezie (io sento peperoncino, semi di finocchio e alloro), avvolto in una carta speciale, legato, messo in salamoia e poi fatto essiccare.
Compriamo questi due salumi, che saranno, assieme al pane di forno, il nostro pranzo (e cena e spuntino di mezzanotte), e ci rimettiamo in viaggio verso casa.
Nel pomeriggio io e Diego portiamo Matteo al lago. Il piccolo ha gradito moltissimo il bagno di ieri, e oggi abbiamo deciso di fargli prendere confidenza col gioco della palla in acqua. Si diverte come un matto, al punto che Diego deve faticare parecchio per farlo uscire, nonostante stia tremando visibilmente di freddo.
Una volta sulla sabbia, non sta fermo nemmeno il tempo necessario ad asciugarsi un pochettino, così in breve è completamente ricoperto di una panatura nera e lucente.
Lo lasciamo strisciare stile marine, se non che butta sabbia dappertutto, così finiamo panati anche noi.
E' ora di tornare a casa, e ovviamente Matteo si addormenta di schianto, al punto che lo infiliamo direttamente a letto.
Nel frattempo Michela ha ricevuto in regalo dal vicino di casa una guantiera di fichi, saranno almeno tre chili, e ha preparato una crostata con le fragoline acquistate a Nemi.
Ceniamo con salumi, fichi, crostata e pane avanzato da ieri.
Mangiamo lentamente, chiacchierando, e a mezzanotte scopriamo di aver lasciato giusto un po' di crostata per la colazione di domattina.
Sappiamo che il risveglio sarà duro, ma ne è valsa la pena.

mercoledì 12 agosto 2009

Crollo psichico

Ho appena finito di fare colazione e sto controllando alcune cose su internet mentre aspetto che Michela finisca di prepararsi, quando, tradendo gli impegni presi con me stessa per queste vacanze vado sul sito di Repubblica, e leggo l'ennesima sparata leghista di questa estate piena di convulse scemenze, vale a dire la proposta del ministro Zaia di affidare a RAI educational delle trasmissioni da svolgere in dialetto al fine di promuovere le culture locali.
Per essere più precisi il ministro propone che le trasmissioni dedicate al territorio e ai prodotti locali siano tenute nel dialetto del posto, cosa che secondo lui darebbe un sapore più autentico a queste cose tradizionali.
Per esempio, la ricetta dell'oss bus in gremulada dovrebbe essere rigorosamente data in dialetto milanese, e quella dei bruscit in dialetto di Busto Arsizio, quella dei cjarsons in friulano, la ribollita in fiorentino, la pastiera e i purpatielli alla Luciana in napoletano, e via così.
Si da il caso che siano tutti piatti che so fare, e il fatto che, pur conoscendone i nomi originali, chi mi ha insegnato le ricette lo abbia fatto rigorosamente in italiano non li rende di sicuro meno autentici, mentre è certo che se qualcuno tentasse di descrivermi la preparazione dei cjarsons in lingua friulana non otterrebbe da me altro che uno sguardo di totale incomprensione.
Si da il caso, come ho già detto più volte, che io sia una lombarda residente in Friuli che non parla e non capisce alcun dialetto, ma questo non mi priva né dell'interesse né della capacità di cimentarmi con varie cucine regionali, ma a quanto pare al ministro Zaia sfugge il fatto che in Italia ci siano italiani che parlano italiano, lingua la quale essendo quella della repubblica è la sola in grado di veicolare per tutti tutti i contenuti, cosa che i dialetti, pur con tutta la possibile (e impossibile) dignità non possono fare.
Ho sempre ritenuto Zaia il pezzo migliore di questo governo, l'ho sentito più volte intervistato a Decanter, una trasmissione sul cibo e la cultura del buon bere e del buon mangiare che ascolto volentieri, e mi era sembrata una persona misurata e competente, per cui attribuisco questa sua uscita decisamente poco intelligente alla calura estiva: si sa, il solleone provoca crolli psichici, in questa stagione escono i matti e coloro che non lo sono tendono a diventarlo.
Riassumo la proposta del ministro leghista a Diego e Michea. Diego è un friulano trasferito a Roma, Michela una romana puro sangue, di me ho già detto più sopra, e ci troviamo d'accordo nel giudizio in un corale vaffanculo, al ministro e alla sia idea geniale.
Nel frattempo Michela è pronta, e Matteo, che ha deciso di venire con noi, pure. Diego resterà a casa con Camilla.
Saliamo in macchina e ci dirigiamo verso Castelgandolfo.
Scendiamo dalla macchina, e l'auto della polizia ferma davanti al cancello ci dice che sua santità sta nella sua residenza estiva, che pertanto non è possibile visitare. Cerchiamo di indirizzarci verso la zona archeologica, ma ci si presenta davanti una salita impossibile da fare con il passeggino, così torniamo in macchina e raggiungiamo la nostra seconda meta, vale a dire Rocca di Papa.
Il paesetto è delizioso, ancorché infestato di macchine che starebbero meglio da un'altra parte, e di cassonetti puteolenti, che mi fanno esclamare un “Raccolta differenziata no grazie, eh?” sotto lo sguardo attonito di due tizi che siedono sul gradino di una botteguccia mangiando cocomero e gettando i pezzi di buccia direttamente sulla piazzetta che si affaccia su un panorama meraviglioso.
Percorriamo le stradette in porfido con il naso all'aria, ammirando il borgo, che pure avrebbe bisogno urgente di un restauro e nonostante ciò è suggestivo, con Matteo sul passeggino che fa continue domande su qualsiasi cosa. Arriviamo, dopo una svolta, al principio di una discesa vertiginosa, e a quel punto Matteo esclama “Giù”, intendendo dire che ne ha avuto abbastanza del passeggino e che intende camminare da solo. Lo facciamo scendere, gli diamo un paio di raccomandazioni essenziali, e ci avviamo.
Il bambino non salta nemmeno una delle infinite scalette che fiancheggiano la strada, e viene fermato prima che si possa fiondare correndo in tutti i negozi che si aprono di lato. Sono tutte piccole botteghe, con merci un po' dubbie in vetrina, e sono un po' strane soprattutto per me che sono abituata agli infiniti franchising dei negozi del nord, e dove comunque i negozi, anche quelli che conservano una certa quale aria di bottega, cercano di mostrare al pubblico una facciata ampia a luminosa. Qui paiono aperture di grotta.
E una vera e propria apertura di grotta ci introduce in un vecchissimo forno a legna, uno stanzone di vendita che da sulla sala del forno, che ha l'aria di aver visto tutte e due le guerre, e forse qualcuna di più, di più antica.
Il profumo di pane ci ha attirato dentro, e sul banco, vecchissimo, ci sono alcune pagnotte lunghe, dalla crosta grigiastra e lievemente annerita dalla fuliggine. Ne prendiamo una, e la fornaia ce la taglia per renderla più maneggevole, rivelando all'interno la tipica mollica morbida ed elastica, occhiata finemente, caratteristica del pane di grano duro preparato con la pasta cresciuta e un paio di giorni di lievitazione. La fornaia dà anche a Matteo un pezzetto di pizza bianca, che lui rifiuta di dividere con la mamma e la specie di zia acquisita (cioè io), e poi, mentre scelgo da una mensola un sacchetto di ciambelle con la granella di zucchero, lascia cadere che domani farà le crostate. Molto dispiaciute le diciamo che siamo solo di passaggio, ma poi ripensiamo a questa proposta per tutta la giornata, e chissà mai, potremmo anche tornare domani.
Continuiamo la nostra discesa, con Matteo che ha finito la pizza e chiede pane, e tace e cammina allegramente, anche quando torniamo indietro, e quindi saliamo, finché ha il suo pezzetto in mano.
Scherzando diciamo che dobbiamo calcolare quanti km sarebbe in grado di fare con l'intero filone.
Torniamo a casa, mangiamo e facciamo tutti un riposino, e poi, come deciso ieri, andiamo al lago di Albano a fare il bagno e prendere il sole. Camilla sta sulla spiaggia nera con Michela, mentre io, Matteo e Diego entriamo in acqua. I contrafforti vulcanici del lago sono punteggiati di parapendio, e li indichiamo a Matteo come compensazione del mancato spettacolo dei canadair di ieri.
Mi porto dietro Matteo attaccato alle spalle, e si diverte così tanto che al momento di uscire fa un capriccio epico, che alla fine gli costa un meritatissimo scapaccione.
Una volta calmata la buriana gli si dice che torneremo domani, e di ricordarsi la palla, perché si giocherà a pallanuoto.
Torniamo a casa, nessuno ha voglia di cucinare, e anche la fame non è gran che, così finiamo per mangiare fette di pane casereccio, seguite da anguria accompagnata da ciambelle, intanto che progettiamo la gita di domani, e sarà a Nemi.

Del maritozzo

No, non è un nomignolo più o meno affettuoso per un marito basso e un po' atticciato, il maritozzo è una specialità di Roma.
L'altro giorno, arrivando, avevo espresso il desiderio di gustarlo di nuovo, dopo oltre vent'anni dall'ultima volta, e Diego stamattina, smontando dall'ultima notte di lavoro, si è fermato in un laboratorio a prenderne un paio, oltre ad altri generi da colazione mattutina.
Il maritozzo è una specie di grosso e oblungo panino al latte, che può essere o meno con uvetta, che viene tagliato a metà per il lungo e farcito di panna montata.
Teoricamente semplicissimo, come tutte le cose veramente geniali può riservare sgradevoli sorprese così come gioie sublimi.
Il maritozzo sublime deve essere appena sfornato, consistente ma né duro né gommoso, saporito, non eccessivamente dolce. Se è nella versione con uvetta deve conservare il sapore da maritozzo, che è completamente diverso da quello del panino con uva sultanina. Il taglio longitudinale deve separare quasi completamente le due metà, lasciando però un istmo non fragile a congiungerle, dato che questa spaccatura farà da soletta a sostenere la consistente farcitura di panna. La panna in questione deve essere freschissima, ariosa, senza sentore di burro, ma anzi, con aroma di latte fresco, non deve dare sensazione di pesantezza, lo zucchero deve essere tanto quanto serve ad enfatizzarne il sapore senza prevaricarlo. Il maritozzo tipico è lungo una ventina di centimetri e fornisce sufficienti calorie da attraversare lo stretto di Gibilterra a nuoto, ma di questa sua carica energetica non deve esserci traccia mentre lo si mangia, deve andare giù, un boccone dopo l'altro, la fragranza della pasta esaltata dalla freschezza della panna, e la lievità della panna supportata dalla consistenza della pasta.
Poi però però per una intera giornata, soprattutto se non lavorativa, ci si sostenterà con qualche verdurina, lasciando lo stomaco libero di tentare di avere la meglio sul maritozzo.
Dopo cotanta colazione oziamo, i bimbi sono sempre un po' esagitati, e cerchiamo di fare un qualche genere di programma, che al momento si arena sul fatto che nel pomeriggio Diego e Michela dovranno portare Camilla dal pediatra.
Quando tornano io e Diego decidiamo di compiere una piccola esplorazione sul lago di Albano, che avevamo costeggiato ieri sera durante la nostra scorribanda serale.
Come si sa, il lago è formato da due crateri vulcanici, è un occhio azzurro sul fondo di una conca verde sormontata su un lato dalla mole di Castelgandolfo. Sulle rive si stendono spiaggette di sabbia vulcanica nera, con scintillii di mica.
La maggior parte della gente probabilmente è al mare, sulle spiaggia che scegliamo ci sono una ventina di persone in tutto, che prendono il sole e fanno il bagno nel lago.
Facciamo il bagno anche noi, l'acqua è pulitissima, e al di là delle boe di balneazione scivolano canoe e piccole barche a vela. Da qualche parte c'è un incendio, lo intuiamo dal fatto che sull'altro lato del lago si abbassano in successione i Canadair a fare il pieno d'acqua.
E' la prima volta che li vedo in azione così da vicino. I piccoli bimotore scendono a sfiorare la superficie del lago, aprendo i serbatoi che devono riempirsi, per poi riprendere quota compiendo un giro stretto sopra la conca. Guardando le loro manovre giungo a due conclusioni: devono avere motori potentissimi, e piloti coi controcazzi.
A un certo punto arriva un gruppo di bengalesi, si dispongono in un angolo della spiaggia, con tavolino e altri confort. Sono parecchi, almeno una decina, uomini, donne e bambini, sono allegri, rumorosi, hanno un pattino con cui vanno in acqua, spruzzandosi e ridendo.
Mi rendo conto che molta della gente sulla spiaggia li guarda male, qualche matrona si affretta a paludarsi nell'asciugamano per togliere il costume salvaguardando il pudore (quello dei vicini che potrebbero rimanere un po' sconvolti da certe carni, è il mio pensiero un po' maligno) e ad andarsene.
Io ripenso alle fragole di ieri a Nemi, e suppongo di aver trovato chi può averle raccolte.
Nel frattempo però è venuta anche per noi l'ora di andare, abbiamo deciso di fare una grigliata di sole verdure per cena, e dobbiamo comprare qualcosa. Mi tolgo il due pezzi che non ha fatto in tempo ad asciugarsi (senza paludarmi in alcun asciugamano, visto che non ho alcun pudore da salvaguardare), e infilo a pelle i jeans e la maglietta, e ce ne andiamo ripromettendoci di tornare domani con Michela e i bimbi.
Mentre torniamo alla macchina deploriamo lo stato di trascuratezza in cui versa il vialetto di accesso alla spiaggia. Il comune di Castelgandolfo si è affrettato a circondare il lago di parcheggi a pagamento, ha costruito un bel lungolago, con accessi alle spiagge, ma a quanto pare il suo interesse si è fermato lì, non c'è alcuna valorizzazione delle stesse, né alcun servizio, e l'incuria della gente, che come sempre in Italia scambia la res publica con res nullius, fa il resto.
Torniamo a casa, e mentre Diego si dedica alla griglia io produco una salsina di prezzemolo e aglio per le verdure, e una dadolata di pomodoro fresco per le bruschette.
Finalmente i bimbi vanno a dormire, e rimane solo Mila, cagnona golosa, ad elemosinare pezzi di bruschetta e di patata cotta sotto la cenere.
Restiamo a chiacchierare io e Michela, cercando di definire un programma per domani, ci diciamo che ci alzeremo presto, chissà ...

lunedì 10 agosto 2009

Fragoline a Nemi

Oggi giornata tranquilla, o per meglio dire comatosa. Io dovevo smaltire i molti km fatti, Diego era al lavoro e Michela alle prese coi bimbi, che avevano deciso di dare il meglio di sé.
Camilla ha la febbre, sta decidendo di mettere il primo dentino, cosa che peraltro non le imepdisce di essere una smorfiosetta ridanciana, vivacissima e molto ruffiana.
Ho scoperto di aver dimenticato del tutto quel poco che posso aver mai imparato su come si tiene un bambino piccolo: in qualche momento di emergenza, provocato da Matteo che oggi ha crisi di gelosia, Michela mi ha schiaffato in braccio Camilla, e dalle foto che mi ha fatto emerge tutta la mia totale incompetenza in materia. Le foto finiranno su Facebook, a perenne memoria del fatto che ho il senso materno di Erode.
Matteo, si diceva, oggi è preda di attacchi di gelosia, e quindi fa capricci a raffica, e si infila in situazioni dalle quali non può uscirne che male, come quando salta nella sua piscinetta nudo come un bruco, picchiando una culata epica che gli sbuccia il fondoschiena, a svariate corse nel giardino, di ciascuna delle quali porta a casa un ricordino.
Ammiro Michela, che riesce a destreggiarsi coi due bambini, dando loro contemporaneamente da mangiare con una tecnica degna della dea Kalì. Se mai l'avessi dimenticato, ricordo perché non ho voluto altri figli oltre al primo, proprio non ci sono portata.
La giornata è caldissima, e infatti quando Diego torna dal lavoro passiamo il pomeriggio discutendo di che cosa potremo fare di lì a poco, quando usciremo.
Finisce che io mi addormento in cortile, sotto lo sguardo vigile di Mila, cagnona pastore belga nell'aspetto ma Labrador nel cuore, anche Michela e Diego riposano un po' e persino i bambini, che oggi pare abbiano le duracell, cedono un pochettino.
Quando ci risvegliamo tutti decidiamo che usciremo dopo aver dato la cena ai piccoli, così facciamo, e riusciamo a uscire dopo le otto.
La nostra meta è Nemi, città rinomata per le sue fragoline di bosco, dove pensiamo di prendere un gelato. Usciamo di casa, in questa periferia di Roma che è già campagna, la strada che percorriamo non è illuminata, ed è fiancheggiata da orti e vigne, poi improvvisamente ricompaiono caratteri urbani, che spariscono quasi immediatamente, per lasciare spazio all'aspetto rurale.
Saliamo verso i castelli, Castel Gandolfo, Rocca di Papa. C'è gente ovunque, in cerca di refrigerio. La strada è suggestiva, e permette di vedere l'abitato ai nostri piedi, un immenso collier filigranato e composto di gioielli scintillanti e multicolori.
Finalmente arriviamo a Nemi, scendiamo dalla macchina e scopriamo che la temperatura è decisamente più bassa che in città, 19 gradi contro i 35 e oltre, e infatti Michela resta in macchina coi bambini, i quali, dopo aver fatto i capricci tutto il giorno, adesso, in macchina, sono crollati di schianto. Prendiamo il gelato nella prima gelateria che ci viene sotto gli occhi, e non è eccelso, in compenso ci sono i cestini con le fragoline, e proprio non posso resistere.
Portiamo il gelato a Michela, bloccata in macchina coi bambini, e facciamo due passi nel centro della città, che è deliziosa e merita una visita diurna, che ci ripromettiamo di fare nei prossimi giorni.
Sulla piazzetta, che è poi una terrazza affacciata sul lago, c'è un bar, molto opportunamente chiamato Bar delle Fragole, e Diego decide di acquistare una coppa di fragoline con la panna per Michela. La coppa è bellissima e sicuramente molto buona, ma il suo prezzo è un furto. Capisco che raccogliere i piccoli frutti in quantità sufficiente sia un lavoro lungo e impegnativo, ma mi chiedo anche chi lo faccia. Non credo che i raccoglitori di fragole siano oggi persone del posto, pagate decentemente, ho invece il sospetto che siano coloro che a sentire certi nostri ministri sono coloro che portano via il lavoro agli italiani. Vabbè, sono in vacanza, sto cercando di non leggere i giornali, qui, come in tutte le case con bambini piccoli, la televisione mostra cartoni animati a getto continuo (a proposito, ho scoperto che è tutt'ora in auge il mitico Barbapapà, che non vedevo dai tempi della mia lontana giovinezza).
In ogni caso la gita per oggi è finita, torniamo a casa passando da Ariccia, con le sue fraschette famose per la porchetta, che ci annotiamo per i prossimi giorni.
Siamo stanchi, i bambini paiono finalmente calmi, Diego deve prendere servizio per la sua ultima notte di lavoro prima delle ferie. A domani, a domani!



Due immagini notturne di Nemi