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lunedì 17 agosto 2009

California dreaming

L'alberghetto di Grosseto si è dimostrato comodo e tranquillo, oltre che fresco senza bisogno del condizionatore, mi faccio una solenne dormita e mi sveglio riposata alle sei e mezza.
Faccio il ciclo completo dei miei esercizi di ginnastica, una bella doccia, carico la macchina e vado a pagare. Alla cassa c'è lo stesso cerbero di ieri, ma si vede che anche lei ha dormito bene, visto che è molto più gentile e disponibile. Mi chiede se ho riposato bene, mi fa il conto, chiama un aiuto per la carta di credito, e poi, colta da un soprassalto di coscienza, anche perché sulla ricevuta è scritto “pernottamento e prima colazione”, mi chiede se voglio un caffè.
Ovviamente lo accetto e prendo anche un bicchiere d'acqua, e sferro al cerbero il colpo finale: dopo il primo sorso esclamo “complimenti, veramente buono”. Non mi costa fatica perché effettivamente non è male, forse un po' leggero, ma con un retrogusto quasi perfetto, e cerbero gongola così tanto che vedo quasi un rigurgito di senso di colpa affiorare sui lineamenti incartapecoriti. Me ne vado prima che si commuova, non si rovina così una simile maschera schiettamente burbera.
Riprendo la mitica Aurelia, e nel giro di pochi km me me rompo le scatole. Sono stufa di colli, voglio vedere il mare, e poi questa statale assomiglia troppo a un'autostrada.
Sono attratta da un piccolo paese, che si staglia sulla cima di una collina come la prora di una nave, esco alla prima e cerco di raggiungerlo. E' poca cosa, due porte in pietra, delle quali una sola originale, un'unica via, qualche bottega, rigorosamente chiusa per ferie. Doverosamente lo percorro, scatto un po' di foto, ma il caldo è opprimente, e risalgo in macchina. Aria condizionata e Davide Vandersfroos. E' buffo sentire canzoni in laghé (il dialetto del lago di Como) nel cuore dell'idioma italico, ma tant'è, è una musica che mi piace e mi diverte, oltre che una valida alternativa al rock duro che ascolto quasi sempre.
Prendo in direzione di Castiglion della Pescaia, anche perché è urgente trovare un distributore di benzina, quando arriva. Sapevo che sarebbe successo, e avevo anche intuito il quando e il come, ma lo stesso l'onda di lacrime arriva imprevista. Mi fermo e aspetto che passi, tributo da pagare a una vacanza che faccio da sola quando l'avevamo pensata in due, ed è un altro pezzetto che se ne va, ma è giusto così, non sono propensa a lasciare incancrenire le ferite senza debita cauterizzazione.
Tolgo Vandersfroos dal lettore e lo sostituisco con un po' di rock duro, molto meglio.
Trovo il distributore, ai piedi della collina sulla quale si staglia in centro storico di Castiglion della Pescaia, il traffico decide al mio posto e non mi fermo, proseguendo verso Livorno sulla strada litoranea. So che sarà un massacro a causa del traffico, ma al momento non me ne frega niente.
In effetti si va pianissimo, a causa dei continui inserimenti di auto e camper, attraversamenti di pedoni e quant'altro. Arriviamo a Scarlino, e la colonna quasi ferma mi da agio di riflettere sulla totale schizofrenia italiana.
Mi spiego: l'abitato turistico, le spiagge, sono sovrastati dalla ciminiera fumante di uno stabilimento chimico. Non ho niente contro gli stabilimenti, né chimici né di altro genere, in fin dei conti sono un chimico, ce l'ho col fatto che la nostra nazione non ha mai, da quando è nata, effettuato una politica coerente del territorio, cambiando vocazione allo stesso con la stessa frequenza con cui io mi cambio gli slip (cosa che avviene assai spesso), col risultato di avere zone turistiche dominate da stabilimenti industriali, in una contaminazione che dal territorio si spande sulle persone, così che i nostri addetti al turismo sono, quando va bene, dei dilettanti, rozzi, impreparati, furbetti e maleducati. Sono i primi a non avere rispetto per il territorio, per cui non esigono una seria politica di pulizia e sgombero, perché questa situazione favorisce il turismo di rapina che gli è congegnale.
Da Scarlino a tutti gli effetti non si esce, così faccio un lungo giro, benedicendo il mio senso dell'orientamento che non mi costringe a seguire i cartelli stradali, e riprendo l'Aurelia in un altro punto, rassegnandomi alla similautostrada.
Mancano una settantina di km a Livorno, c'è un certo traffico, ma si può andare, e poi finalmente la statale è più vicina al mare, così ogni tanto guardo a destra e mi beo.
A un certo punto un cartello indica enfaticamente una località di nome “La California”. Mi ricordo di aver già visto qualche cosa di simile vicino a Civitavecchia, e poi so che c'è qualcosa del genere anche vicino a Pavia, e non so dove altro. Quante Californie ci sono in Italia? Che cosa hanno a che vedere con la California americana? Non lo so ma mi piacerebbe saperlo, che qualcuno mi illumini.
Mentre faccio queste considerazioni e altre arrivo a Livorno, giro un po' per orientarmi e alla fine trovo parcheggio dentro un grande giardino. Fa quello che si dice un caldo becco, però all'ombra spira una lieve brezza. Tolgo il computer dalla macchina e mi connetto per scoprire dove andare a pranzo. Individuo un ristorante che si chiama All'aragosta, e che sta vicino all'arsenale, circa un km a piedi. Mi armo di coraggio contro il caldo, e ci vado.
Mi servono dei discreti maccheroncini col ragù di triglie. Dico discreti perché la pasta è ben cotta, le triglie fresche, ma il condimento è troppo oleoso.
Per smaltire passeggio sui viali a mare, cercando di restare dentro l'ombra, e poi vedo un cartello che indica il Museo Fattori, a Villa Minnelli.
La villa è un grosso cubo giallastro, settecentesco, completamente sbarrato, infatti il museo è chiuso il lunedì. Giro per il parco, che mi è famigliare, e infatti a un certo punto mi rendo conto che assomiglia a quello della villa comunale di Gorizia, dove ho passato alcuni anni della mia vita.
L'aiuola d'onore non è circolare, ma tetralobata, e gli alberi all'interno sono carpini invece che cedri, ma è circondata dallo stesso tipo di pietre e diffonde lo stesso puzzo di gatto maschio che proviene dalla mortella. Il parco è così simile che c'è anche una sequoia, questa però, a differenza di quella di Gorizia, è viva.
All'ombra degli alberi l'atmosfera è fresca e tonificante, e su una panchina c'è un tizio che se la dorme. Rifletto un attimo e scopro che non c'è alcuna ragione per cui io non faccia altrettanto, così mi sdraio e ronfo saporitamente per una mezz'ora.
Mi risveglio (anche il tizio che dormiva si è svegliato e mi guarda strano, avrò mica russato? Ogni tanto mi capita) e torno sui miei passi, verso il giardino dove ho lasciato la macchina, nelle cui vicinanze spero di trovare un albergo possibilmente non con prezzi da rapina.
Mi fermo a prendere un gelato in una Gelateria del popolo piena di gente, ma il gelato, decantato artigianale, è un po' una delusione, è dolciastro persino il cioccolato fondente.
Poco prima del giardino c'è un Hotel Giardino, che ha anche un parcheggio interno ed è separato dalla strada da un cortile. Chiedo, il prezzo va bene, recupero la vettura ed entro a rinfrescarmi.
L'albergo è a meno di cinquanta metri dal mare, così mi metto il costume e vado a fare un bagno, poi, per asciugarmi, ripercorro i viali a mare e mi fermo a prendere un aperitivo in uno dei moltissimi piccoli baretti. Un po' leggo, un po' osservo due ragazze alle prese con due cani di grossa taglia molto vivaci. La femmina è una pitbull, il maschio non lo so, ha la faccia di un bulldog, ma la taglia di un labrador, non ho mai visto nulla del genere. Mi sembra che le ragazze non se la cavino male con i loro ingombranti compagni, che dimostrano anche un buon carattere, visto che si lasciano tranquillamente accarezzare, a riprova che i cani cattivi non esistono.
Torno in albergo, mi faccio la doccia ed esco di nuovo per andare a cena. Ho adocchiato un'osteria che recita “specialità livornesi” e si chiama “La ciurma di Max”. E' un locale giovane e trendy, di quelli che per essere moderni riscoprono antiche tradizioni. Di solito li sfuggo, ma questo ha un certo non so che di autentico. Il menù è corto, e questa è già un'ottima cosa, ma per non sbagliare sfodero un bel sorriso e chiedo a Max di darmi un consiglio, facendo presente che non prenderò il caciucco, piatto che conosco, mi piace, ma so essere un po' pesante e abbondante per il mio stomaco.
Max mi consiglia un baccalà con porri, che trovo delizioso, e poi mi serve un eccellente caffè.
Torno in strada e la brezza è così vivace da far pensare quasi al freddo, così, invece di chiudermi in camera, approfitto del cortile dell'albergo per redarre queste note.
Domani valicherò Collesalvetti, e andrò a Sarzana.

Ahi, Capalbio (ovvero la solitudine dei numeri primi) (*)

E' venuto il momento di partire, e cominciare la vera parte alla ventura delle mie vacanze.
Mi alzo abbastanza presto, faccio la mia ginnastica quotidiana, bevo un tè, un caffè, carico la macchina. Diego dice a Matteo di venirmi a salutare perché devo partire, Matteo dice che non devo partire e sottolinea il fatto buttandosi a capofitto a giocare con la sabbia del cortile, e si rifiuta di salutarmi. E' più che giusto, non ha ancora tre anni, sono entrata a far parte del suo mondo, anche se per un breve periodo, e siccome in questa fase della sua vita tutto è suo, anch'io sono sua e quindi nega il fatto che io adesso sparisca.
Camilla è troppo piccola, per cui il rituale del bacio per lei è solo uno dei tanti baci che si prende durante la giornata, e ride felice.
Saluto Michela e Diego, li ringrazio per l'ospitalità, mi sono veramente sentita come a casa mia, e metto in moto, tirando fuori dalla custodia del computer la stampata di Viamichelin con il percorso fino alla Liguria, che poi è una bazzeccola, si tratta di acchiappare la SS1 Aurelia dalle parti di Civitavecchia, e seguirla fin su.
Infatti sul Grande Raccordo Anulare una uscita chiusa mi disorienta, e finisco per imboccare l'autostrada per Civitavecchia. Esco alla prima per limitare i danni, e trovo subito i cartelli direzionali per l'Aurelia. Attraverso una campagna di stoppie, e poi una serie di paesucoli pseudobalneari e tutti uguali, con palme a fiancheggiare la strada.
A un certo punto vedo un bancarella di fruttivendolo, e decido di acquistare qualcosa da mangiare lungo il percorso. Vedo delle strane pesche schiacciate, e mi ricordo che Diego mi aveva detto di averle mangiare in Sicilia e di averle trovare buonissime, per cui ne acquisto un chilo. La fruttivendola me le da miste, un po' bianche e un po' gialle, e sono effettivamente molto buone. Le bianche hanno una polpa consistente, quasi croccante, venata di rosa chiaro, e profumata di rosa canina. Le gialle invece sono pastose, succose, con un profumo intenso di frutta matura.
Ne mangio tre o quattro guidando, e intanto alla mia sinistra, insistente, invitante, vedo il mare.
Arrivo all'altezza di Santa Severa e mi dico che in fin dei conti non mi corre dietro nessuno, così giro verso la spiaggia. Ho scelto la direzione del castello, e più tardi scoprirò di aver avuto una felice intuizione. Il parcheggio è a pagamento e custodito, cosa che mi va benissimo, mentre la spiaggia è libera, cosa che mi va altrettanto bene.
Prendo dal bagagliaio la borsa da mare e mi avvio. Arrivata sulla spiaggia vera e propria mi cambio, coadiuvata dalla mia solita mancanza di senso del pudore, che in fin dei conti mi permette di spogliarmi completamente in mezzo alla gente senza che a tutti gli effetti nessuno se ne accorga.
Una parte della spiaggia, un piccolo golfo, è strapiena di gente e di ombrelloni, mentre poco più in là, ai piedi delle mura del castello, c'è una fascia di scogli, con poche persone.
A me serve qualcuno a cui affidare la mia borsa, dato che ho dentro parecchie cose che mi sono necessarie, e subito individuo un anziano signore intento a leggere sugli scogli. Gli chiedo se posso lasciare le mie cose vicino a lui mentre mi faccio il bagno, ed acconsente di buon grado.
Appena si entra in acqua c'è una specie di piscinetta naturale, della profondità massima di ottanta cm, poi c'è un'altra fascia di scogli, e finalmente acqua profonda.
Mentre annaspo su questa seconda fascia, ricoperta di alghe scivolose, un tizio che sta lì a prendere il sole mi da alcune istruzioni per evitare di scivolare, così, mentre rientro, mi vien naturale fermarmici a parlare.
E' un mio coetaneo, persona simpatica e interessante, e in breve ci raccontiamo quasi la vita. Torno a riva, mi cambio di nuovo col solito sistema, ringrazio e saluto il vecchietto che nel frattempo ha custodito i miei averi, saluto anche il mio recente conoscente rimasto sulla seconda fascia di scogli, e torno verso la macchina.
In breve arrivo a Civitavecchia, e mi fermo di nuovo, anche perché sento la necessità di togliermi di dosso un po' di salsedine, che nel frattempo ha iniziato a darmi fastidio. Infatti sul lungomare trovo una fontana, e mi lavo abbondantemente la faccia e le braccia, fino a togliere ogni traccia di sale.
Faccio due passi guardando le bancarelle, sono sempre le solite cose, ma alla fine mi faccio attrarre da una cavigliera. Mi è anche venuta fame, così in un bar prendo un tramezzino e una coca cola.
Mi rimetto in macchina, con l'idea di arrivare verso Grosseto.
L'Aurelia prende un aspetto quasi di autostrada, per molti tratti è a quattro corsie coi New Jersey in mezzo. Il mare si allontana, e si vedono le colline che dal Lazio transustanziano in Toscana.
A un certo punto, da lontano, vedo sulle alture un paesetto dall'aspetto molto attraente. Dal nome dell'uscita della statale scopro che si tratta di Capalbio. Beh, che si fa? Ovvio, si va a Capalbio, con tutto quello che ne ho sentito parlare nei miei svariati anni di militanza di sinistra!
L'inizio è promettente. Mano a mano che si avvicina il paesetto diventa sempre più promettente, e sulla strada si vedono molti segnali di B&B e agriturismi con alloggio. Decido che prima mi cercherò da dormire, farò una doccia, e poi andrò a vedere l'Atene della sinistra, come l'ha definita un amico che nel frattempo sta in Siria a mostrare ai locali che non è detto che italiano sia sinonimo di eleganza nel vestire.
Il primo posto in cui mi fermo è l'Agribioalbergo Capalbio. Bellissimo posto, immerso nel verde, sicuramente bio, con l'unico problema di avere disponibile esclusivamente una stanza matrimoniale a un prezzo allucinante, e alla domanda retorica fattami dal proprietario (lei si chiederà come mai c'è una stanza libera il 16 di agosto) mi vien voglia di replicare che il motivo sono i prezzi da furto.
Proseguo nella mia ricerca e incasso una serie di risposte negative che arrivano sempre, e sottolineo il sempre, quando capiscono che sono sola. Probabilmente hanno paura del fatto che essendo sola potrei richiedere di pagare per la matrimoniale il prezzo di una singola, per cui mi prendo il no con un bel sorriso, e la segreta maledizione di non ricevere per il resto della giornata altre richieste oltre la mia. Di solito le mie maledizioni vanno a buon fine.
Dopo aver girato e rigirato Capalbio e dintorni, al punto che i morbidi colli toscani mi stanno uscendo dalle orecchie, gli ulivi artistici sono ridimensionati a tronchi contorti, e anche le bianche pecorelle al pascolo mostrano il vero colore giallastro che ha la lana prima di essere lavata, decido che farò un ultimo tentativo, e si tratta dell'albergo Mimosa, a Carige, frazione di Capalbio. E' un postaccio, e appena entro mi accoglie un odoraccio di fritto e rifritto, per cui decido che prenderò la camera solo se sarà veramente economica. Il tizio, con aria rude, mi dice che ha solo una matrimoniale, ovviamente, e il costo è esattamente quello dell'Agribioalbergo. Il mio sorriso a questo punto mostra anche un po' di canini, credo che non avrà richieste di camere per almeno due giorni, e giro i tacchi.
Lascio che Capalbio torni nel suo oblio, mi rimetto in macchina e decido di arrivare a quella che era la mia meta orginale, vale a dire Grosseto.
In realtà non è tardi, potrei arrivare anche più lontano, ma sento la necessità di farmi una doccia e di guardarmi un po' in giro. Trovo un alberghetto non bellissmo ma pulito e tranquillo, ovviamente hanno solo una matrimoniale, e la signora è indecisa sul fatto di darmela o meno finché non le dico che non me ne frega niente, pago il prezzo intero, che tanto è quasi la metà di quello che mi hanno chiesto a Capalbio. Non ho voglia di cavarmela con un sorriso e una maledizione, mi serve la doccia.
Una volta sistemata, scendo, pensando di andare in centro a cena, e invece vedo tutti i tavoli occupati, e sento un buon profumo. Decido di fare il tentativo, e faccio bene, i tagliolini con fagioli e cozze sono ottimi, giusti di cottura, saporiti, e le cozze sono fresche e locali.
Finita la cena riprendo la macchina e torno in direzione di Roma, a Rispescia, dove ho visto che si tiene la festa di Legambiente.
Che dire se non che è una delusione esattamente come Capalbio? Innanzi tutto si paga l'ingresso, dieci euro, e gli stand, a parte pochi, non sono nulla di che, con roba che si trova in questa stagione sulle bancarelle in quasi tutti i paesi turistici. Canterà Irene Grandi, che non mi piace e non mi interessa, e tutto quello che si vede è a pagamento. Per fortuna trovo il Pomario, cioè una esposizione di antiche varietà di piante da frutto. Da un sacco di tempo accarezzo l'idea di mettere a dimora nel mio orto quattro antichi meli, così mi fermo a parlare con la proprietaria delle piante, ed è un colloquio molto interessante. La signora verrà con le sue piante in autunno a Strassoldo, cioè a pochi km da casa mia, e per allora probabilmente potrò dare corso al mio desiderio.
E' ora di rientrare, una buona notte di sonno e domani raggiungerò Livorno.

(*) La solitudine dei numeri primi – Paolo Giordano

sabato 15 agosto 2009

I centri commerciali sono tutti uguali

Questa mattina niente turismo, né normale né gastronomico. Questa mattina centro commerciale: è l'ultimo giorno di saldi, Michela ha bisogno di sistemare il guardaroba in vista della ripresa del lavoro dopo la gravidanza, quale occasione migliore per fare compere, visto che può farlo in compagnia di un'amica e senza marito e figli? Sembrerà uno stereotipo, ma uomini e bambini sono un vero e proprio peso morto quando si debbono fare compere, soprattutto quando è necessario fare delle mediazioni tra quello che si vorrebbe indossare e quello che ci si può permettere di indossare. Sono una specialista in questo, ho dovuto farlo per quasi metà della mia vita, e solo una serie di circostanze non esattamente auspicabili mi hanno aiutato a rientrare in una taglia assai vicina a quella che avevo quando ero giovane.
In ogni caso ce ne andiamo verso il centro commerciale di Roma Eur, passando attraverso il cosiddetto quartiere dei ponti, un orrore che riesco a sopportare solo quando Michela mi assicura che l'architetto che lo ha progettato si è suicidato.
Non ricordo chi mi ha detto che la categoria degli architetti è una di quelle a maggior rischio di suicidio, e non faccio fatica a crederci. Soprattutto se si parla di quelli che sono incaricati di inventare o reinventare interi quartieri di grandi città, e in quello mettono tutti i loro sogni, possono ritrovarsi a fare un atterraggio assai brusco quando, a progetto realizzato, finiscono col rendersi conto di aver perso completamente il contatto con la realtà, e che quindi il loro sogno è appunto un sogno, e non un quartiere vivo e vivibile, anzi, finisce per diventare un dormitorio e ricettacolo di violenza e degrado.
Il centro commerciale è un enorme cubo di cemento a più piani, di uno squallido marrone bruciato all'esterno, a cui si aggrappano come frutti ipertrofici i parcheggi rossi.
L'interno è, giustamente visto che siamo a Roma, di uno stile impero romano mutuato da qualche film holliwoodiano di serie b, ed è farcito di negozi consolantemente identici a quelli di tutti i centri commerciali della penisola.
Troviamo il negozio di reggiseni identico a quello da cui mi servo io a Udine, e questo è rassicurante perché conosco la vestibilità di tutti i modelli, e posso dare sicuramente qualche buon consiglio a Michela che deve dismettere i reggiseni da allattamento, e poi i due negozi di taglie comode e di scarpe da cui ci serviamo entrambe, e noto che il fatto di dire alle commesse che io sono una loro cliente, anche se in quel di Udine, le rende assai affabili nei nostri confronti. In ogni caso acquistiamo quello che ci serve a prezzi ragionevoli, cosa che, come sempre, mi fa riflettere sul fatto che se posso acquistare oggi a undici euro una canotta che di norma viene venduta a oltre quaranta, evidentemente in quest'ultimo prezzo c'è qualche cosa che non va.
Passiamo poi alla COOP, ad acquistare generi di prima necessità, e anche qui i prodotti sono gli stessi di qualsiasi COOP d'Italia, con scarsissime concessioni alle produzioni locali, mostrando così la faccia cattiva della globalizzazione.
Torniamo a casa, pranziamo quasi al sacco, con salumi avanzati e mozzarelline di bufala, e nel pomeriggio andiamo a fare l'ormai consueto bagno al lago di Albano.
Ieri abbiamo comprato i braccioli a Matteo, che però, nonostante li abbia orgogliosamente indossati per tutta la giornata, decide che in acqua proprio non vanno, e cerca continuamente di toglierli. In qualche modo gli facciamo fare il bagno, ma non è molto convinto, e fa il bagno anche Camilla, che invece si diverte un mondo.
Prima di tornare a casa passiamo da Ariccia ad acquistare la porchetta per domani.
E' ferragosto, e il programma prevede di andare a pranzo vicino a Bracciano, dai nonni di Michela, ma facendo una specie di servizio catering.
Così abbiamo deciso che io preparerò la pasta alla puttanesca, che ho già fatto l'altro giorno e che ha suscitato entusiasmo, e poi porteremo una buona dose di porchetta di Ariccia.
Diego chiede consiglio a un collega per il miglior acquisto, e ci viene indicato il porchettaro Cioli, sulla piazza del paese. Che sia buono lo si intuisce da lontano: ci sono due porchettari sulla piazza, uno a fianco dell'altro, solo uno ha una lunga coda che attende fuori, ed è proprio quello dove dobbiamo andare noi.
Mentre Diego attende in macchina coi bimbi, io e Michela ci mettiamo in fila. La maggior parte della gente acquista grossi quantitativi, in vista del pranzo di Ferragosto.
In un bar vicino c'è una coppia che canta, allietando il pubblico. Lei non ha una gran voce, ma è intonata, lui invece è un autentico disastro. Ridiamo a lacrime, e iniziamo a scherzare dicendo che solo l'invitante profumo della porchetta ci può far sopportare un simile strazio, fingiamo di svenire l'una nelle braccia dell'altra ad ogni stecca, e in breve tutta la gente in fila ride con noi.
Quando arriva il nostro turno il porchettaro, che è visibilmente stanchissimo, ci è riconoscente a modo suo: io chiedo che cosa è un prodotto che ha sul banco, specificando che sono lombarda, e lui senza che io lo richieda me lo fa assaggiare (è la famosa coppietta laziale), poi, oltre al quantitativo di porchetta richiesto ce ne taglia una bella fetta a parte per lo spuntino mentre andiamo a casa, e ci saluta ringraziandoci per i nostri sorrisi.
Stasera ceniamo leggeri (si fa ovviamente per dire), costine e polenta grigliati, e in un ultimo soprassalto io e Michela finiamo la crostata con le fragoline. Domani ci aspettano Ferragosto e Bracciano, ma siamo ancora tutti in piedi: Matteo non ne vuol sapere di andare a dormire, e noi stiamo svegli con lui.

venerdì 14 agosto 2009

Lo specchio di Diana

Stamattina ci è riuscito il colpaccio: abbiamo dribblato Matteo, che così è restato a casa con papà e Camilla, e siamo uscite solo io e Michela, per una gita a Nemi.
Questa zona dei castelli romani è stupenda, formata da deliziosi paesetti abbarbicati alle pendici di antichi vulcani nel cui fondo risplendono i laghi. Sono luoghi pieni di una magia naturale, che ha molto a che vedere con la semplice bellezza dei posti, e che gli antichi sentivano sicuramente più di noi, al punto che il piccolo lago di Nemi era considerato lo specchio della dea Diana, in onore della quale sorgeva un enorme tempio.
Arriviamo a Nemi da Genzano, percorrendo quindi tutto il perimetro del lago, e dopo essere passate da Albano.
Albano è un paesone incasinato, con un traffico straboccante e indisciplinato, composto per la gran parte di SUV, e riusciamo a venirne fuori solo grazie a una enorme pazienza e alla coscienza che essendo in ferie non ci corre dietro nessuno, visto che il concetto di dare precedenza sembra del tutto sconosciuto agli autisti locali.
Arriviamo finalmente a Nemi, e troviamo da parcheggiare con relativa facilità, subito fuori da un'antica porta.
Torniamo indietro a piedi, ammirando le antiche case del centro, sormontate dalla mole cilinrica della torre di Palazzo Ruspoli, un rudere al quale un restauro d facciata ha restituito un aspetto decoroso a mascherare l'interno in rovina.
Dall'alto vediamo il lago, di un turchino quasi irreale nel suo guscio di verde, anche se è palesemente sofferente: il livello è basso e su un lato si nota una proliferazione di alghe, che non dovrebbe esserci.
Giriamo per qualche viuzza pittoresca, sorprendendoci delle antiche doppie porte col vetro coperto da un merletto e dei baldacchini di glicine, poi andiamo verso la piazza a sbalzo sul lago, per gustare una coppa di fragoline di bosco con la panna.
Il prezzo, già lo sappiamo dall'esperienza dell'altro giorno, sarà un furto, ma decidiamo di concederci ugualmente il piacere. Mentre centelliniamo le fragoline, ci ritroviamo a fare una serie di considerazioni, che valgono per Nemi come per tutti questi paesini.
Sono letteralmente soffocati dal traffico, la via centrale di Nemi, per esempio, stretta e tortuosa com'è è addirittura un doppio senso, e la gente utilizza palesemente le auto, che sono soprattutto grossi fuoristrada, a sproposito, più per fare avanti e indietro salutando gli amici seduti ai tavolini dei bar, che per vera necessità.
Sono trascurati. E' vero, ci sono insegne che reclamizzano le bontà del posto, ma hanno un'aria un po' equivoca, come se fossero state messe per fare un laido occhiolino ai turisti piuttosto che per vera convinzione. E i cassonetti straboccanti immondizia nel caldo infernale di agosto finiscono di completare un'immagine di qualcosa di poco amato, anche se sciorinato per gli eventuali visitatori. Che, giustamente, sono pochini.
Nonostante ciò, troviamo qualche autentico gioiello.
La signora che seduta sulla soglia della sua bottega lavora dei merletti a fuselli, e l'interno della bottega è un antro di questi tesori meravigliosi.
Il forno a legna dove acquistiamo il pane, che troveremo buonissimo anche se meno di quello di Rocca di Papa, e dove vedo in una scansia dei magnifici taralli al vino rosso.
Un fruttivendolo che vende frutti di bosco a prezzi umani, e infatti ne acquistiamo un po' per fare una crostata da mangiare a merenda.
E infine l'Antica Norcineria. L'avevo adocchiata quando siamo entrate in paese, è la primissima bottega che si incontra e mi aveva strappato, anche così, dalla macchina, un “Ossantocielo”, per cui prima di ripartire ci andiamo. L'esterno è pavesato di capicollo e altre delizie, l'interno è una grotta che al posto delle stalattiti ha salami, collane di salsicce e prosciutti. In un angolo, come preziose concrezioni di quarzo, biancheggia una selezione di formaggi, principalmente di pecora.
Michela consiglia di provare il “coglione di mulo”, un salume che ha la forma dell'organo da cui prende il nome, ed è un salame di grana fine, con al suo interno un cuore di lardo, fortemente pepato e aromatizzato al ginepro.
Nel frattempo io ho adocchiato un prodotto che, mi spiega la norcina che mi sta servendo, è costituito da filetto di maiale aromatizzato con varie spezie (io sento peperoncino, semi di finocchio e alloro), avvolto in una carta speciale, legato, messo in salamoia e poi fatto essiccare.
Compriamo questi due salumi, che saranno, assieme al pane di forno, il nostro pranzo (e cena e spuntino di mezzanotte), e ci rimettiamo in viaggio verso casa.
Nel pomeriggio io e Diego portiamo Matteo al lago. Il piccolo ha gradito moltissimo il bagno di ieri, e oggi abbiamo deciso di fargli prendere confidenza col gioco della palla in acqua. Si diverte come un matto, al punto che Diego deve faticare parecchio per farlo uscire, nonostante stia tremando visibilmente di freddo.
Una volta sulla sabbia, non sta fermo nemmeno il tempo necessario ad asciugarsi un pochettino, così in breve è completamente ricoperto di una panatura nera e lucente.
Lo lasciamo strisciare stile marine, se non che butta sabbia dappertutto, così finiamo panati anche noi.
E' ora di tornare a casa, e ovviamente Matteo si addormenta di schianto, al punto che lo infiliamo direttamente a letto.
Nel frattempo Michela ha ricevuto in regalo dal vicino di casa una guantiera di fichi, saranno almeno tre chili, e ha preparato una crostata con le fragoline acquistate a Nemi.
Ceniamo con salumi, fichi, crostata e pane avanzato da ieri.
Mangiamo lentamente, chiacchierando, e a mezzanotte scopriamo di aver lasciato giusto un po' di crostata per la colazione di domattina.
Sappiamo che il risveglio sarà duro, ma ne è valsa la pena.

mercoledì 12 agosto 2009

Crollo psichico

Ho appena finito di fare colazione e sto controllando alcune cose su internet mentre aspetto che Michela finisca di prepararsi, quando, tradendo gli impegni presi con me stessa per queste vacanze vado sul sito di Repubblica, e leggo l'ennesima sparata leghista di questa estate piena di convulse scemenze, vale a dire la proposta del ministro Zaia di affidare a RAI educational delle trasmissioni da svolgere in dialetto al fine di promuovere le culture locali.
Per essere più precisi il ministro propone che le trasmissioni dedicate al territorio e ai prodotti locali siano tenute nel dialetto del posto, cosa che secondo lui darebbe un sapore più autentico a queste cose tradizionali.
Per esempio, la ricetta dell'oss bus in gremulada dovrebbe essere rigorosamente data in dialetto milanese, e quella dei bruscit in dialetto di Busto Arsizio, quella dei cjarsons in friulano, la ribollita in fiorentino, la pastiera e i purpatielli alla Luciana in napoletano, e via così.
Si da il caso che siano tutti piatti che so fare, e il fatto che, pur conoscendone i nomi originali, chi mi ha insegnato le ricette lo abbia fatto rigorosamente in italiano non li rende di sicuro meno autentici, mentre è certo che se qualcuno tentasse di descrivermi la preparazione dei cjarsons in lingua friulana non otterrebbe da me altro che uno sguardo di totale incomprensione.
Si da il caso, come ho già detto più volte, che io sia una lombarda residente in Friuli che non parla e non capisce alcun dialetto, ma questo non mi priva né dell'interesse né della capacità di cimentarmi con varie cucine regionali, ma a quanto pare al ministro Zaia sfugge il fatto che in Italia ci siano italiani che parlano italiano, lingua la quale essendo quella della repubblica è la sola in grado di veicolare per tutti tutti i contenuti, cosa che i dialetti, pur con tutta la possibile (e impossibile) dignità non possono fare.
Ho sempre ritenuto Zaia il pezzo migliore di questo governo, l'ho sentito più volte intervistato a Decanter, una trasmissione sul cibo e la cultura del buon bere e del buon mangiare che ascolto volentieri, e mi era sembrata una persona misurata e competente, per cui attribuisco questa sua uscita decisamente poco intelligente alla calura estiva: si sa, il solleone provoca crolli psichici, in questa stagione escono i matti e coloro che non lo sono tendono a diventarlo.
Riassumo la proposta del ministro leghista a Diego e Michea. Diego è un friulano trasferito a Roma, Michela una romana puro sangue, di me ho già detto più sopra, e ci troviamo d'accordo nel giudizio in un corale vaffanculo, al ministro e alla sia idea geniale.
Nel frattempo Michela è pronta, e Matteo, che ha deciso di venire con noi, pure. Diego resterà a casa con Camilla.
Saliamo in macchina e ci dirigiamo verso Castelgandolfo.
Scendiamo dalla macchina, e l'auto della polizia ferma davanti al cancello ci dice che sua santità sta nella sua residenza estiva, che pertanto non è possibile visitare. Cerchiamo di indirizzarci verso la zona archeologica, ma ci si presenta davanti una salita impossibile da fare con il passeggino, così torniamo in macchina e raggiungiamo la nostra seconda meta, vale a dire Rocca di Papa.
Il paesetto è delizioso, ancorché infestato di macchine che starebbero meglio da un'altra parte, e di cassonetti puteolenti, che mi fanno esclamare un “Raccolta differenziata no grazie, eh?” sotto lo sguardo attonito di due tizi che siedono sul gradino di una botteguccia mangiando cocomero e gettando i pezzi di buccia direttamente sulla piazzetta che si affaccia su un panorama meraviglioso.
Percorriamo le stradette in porfido con il naso all'aria, ammirando il borgo, che pure avrebbe bisogno urgente di un restauro e nonostante ciò è suggestivo, con Matteo sul passeggino che fa continue domande su qualsiasi cosa. Arriviamo, dopo una svolta, al principio di una discesa vertiginosa, e a quel punto Matteo esclama “Giù”, intendendo dire che ne ha avuto abbastanza del passeggino e che intende camminare da solo. Lo facciamo scendere, gli diamo un paio di raccomandazioni essenziali, e ci avviamo.
Il bambino non salta nemmeno una delle infinite scalette che fiancheggiano la strada, e viene fermato prima che si possa fiondare correndo in tutti i negozi che si aprono di lato. Sono tutte piccole botteghe, con merci un po' dubbie in vetrina, e sono un po' strane soprattutto per me che sono abituata agli infiniti franchising dei negozi del nord, e dove comunque i negozi, anche quelli che conservano una certa quale aria di bottega, cercano di mostrare al pubblico una facciata ampia a luminosa. Qui paiono aperture di grotta.
E una vera e propria apertura di grotta ci introduce in un vecchissimo forno a legna, uno stanzone di vendita che da sulla sala del forno, che ha l'aria di aver visto tutte e due le guerre, e forse qualcuna di più, di più antica.
Il profumo di pane ci ha attirato dentro, e sul banco, vecchissimo, ci sono alcune pagnotte lunghe, dalla crosta grigiastra e lievemente annerita dalla fuliggine. Ne prendiamo una, e la fornaia ce la taglia per renderla più maneggevole, rivelando all'interno la tipica mollica morbida ed elastica, occhiata finemente, caratteristica del pane di grano duro preparato con la pasta cresciuta e un paio di giorni di lievitazione. La fornaia dà anche a Matteo un pezzetto di pizza bianca, che lui rifiuta di dividere con la mamma e la specie di zia acquisita (cioè io), e poi, mentre scelgo da una mensola un sacchetto di ciambelle con la granella di zucchero, lascia cadere che domani farà le crostate. Molto dispiaciute le diciamo che siamo solo di passaggio, ma poi ripensiamo a questa proposta per tutta la giornata, e chissà mai, potremmo anche tornare domani.
Continuiamo la nostra discesa, con Matteo che ha finito la pizza e chiede pane, e tace e cammina allegramente, anche quando torniamo indietro, e quindi saliamo, finché ha il suo pezzetto in mano.
Scherzando diciamo che dobbiamo calcolare quanti km sarebbe in grado di fare con l'intero filone.
Torniamo a casa, mangiamo e facciamo tutti un riposino, e poi, come deciso ieri, andiamo al lago di Albano a fare il bagno e prendere il sole. Camilla sta sulla spiaggia nera con Michela, mentre io, Matteo e Diego entriamo in acqua. I contrafforti vulcanici del lago sono punteggiati di parapendio, e li indichiamo a Matteo come compensazione del mancato spettacolo dei canadair di ieri.
Mi porto dietro Matteo attaccato alle spalle, e si diverte così tanto che al momento di uscire fa un capriccio epico, che alla fine gli costa un meritatissimo scapaccione.
Una volta calmata la buriana gli si dice che torneremo domani, e di ricordarsi la palla, perché si giocherà a pallanuoto.
Torniamo a casa, nessuno ha voglia di cucinare, e anche la fame non è gran che, così finiamo per mangiare fette di pane casereccio, seguite da anguria accompagnata da ciambelle, intanto che progettiamo la gita di domani, e sarà a Nemi.

sabato 8 agosto 2009

Si viaggiare ...

Eccomi qui a Bologna, prima tappa del mio viaggio. Sono arrivata un'ora fa, leggermente in ritardo sulla tabella di marcia propostami da viamichelin, ma non per colpa del sito di mappe: pura colpa dell'assurda segnaletica stradale italiana.
Premesso che, come previsto, non ho utilizzato l'autostrada, sono partita da Udine alle 14.30, e sarei dovuta arrivare intorno alle 19,15, e sarei anche arrivata in anticipo se non mi fossi definitivamente persa entrando a Bologna. Vero che Lucio Dalla dice che a Bologna non si perde neanche un bambino, ma parla del centro, non della periferia, vabbè.
Non fare l'autostrada ha una serie di vantaggi che compensano il, peraltro discutibile in un sabato da bollino nero, risparmio di tempo.
Il viaggio è più vario e interessante, e permette di vedere paesi che spesso sono solo nomi su cartelli segnaletici finché non ci si passa attraverso, la velocità più bassa consente un notevole risparmio di carburante (io ho consumato la metà di quello che normalmente consumo venendo a Bologna in autostrada), e in più non c'è il pedaggio da pagare, che cosa si vuole di più dalla vita?
Per arrivare qui ho attraversato diverse regioni e diversi paesaggi, dalla bassa udinese, con i suoi muri di mais quasi pronto da raccogliere, alla campagna veneta, con le bonifiche deturpate da innumerevoli capannoni, alla periferia di Rovigo, che, fino a Ferrara, è un unico ignobile centro commerciale, alla campagna emiliana, già con l'aspetto disordinato, quasi sfatto, della fine della stagione fertile, quando il grano è stato mietuto e nei campi rimangono solo le stoppie bruciate dal secco, che però non è così feroce da impedire la crescita delle malerbe, che fanno capolino qua e là come una muffa verdastra.
Il mio viaggio è punteggiato dalle rotonde, vecchie, nuove e in costruzione.
Sono arrivata a pensare che tutta qesta proliferazione non sia funzionale allo smaltimento del traffico, quanto al suo indirizzamento verso i centri commerciali.
Mi spiego. Ho appena abbandonato la strada regionale 104, prendo la strada provinciale 92 e quindi devo attraversare un paese che si chiama Bagnoli di Sopra (no, non so se esiste anche un Bagnoli di Sotto, in ogni caso non era sul mio tragitto). Seguo le indicazioni stradali, anche se differiscono lievemente dal mio tracciato, d'altra parte la strada è nuova, ed è possibile che Viamichelin non l'abbia ancora registrata.
Finisco nel parcheggio di un centro commerciale, scoprendo nel contempo dove sono tutti gli abitanti di una vasta zona che fino a quel momento credevo deserta.
Torno indietro, convinta di aver sbagliato qualche cosa, riseguo pedissequamente i cartelli stradali, che indicano a chiare lettere Bagnoli di Sopra, ma non il Centro Commerciale, e mi ritrovo nel parcheggio del centro commerciale, dal quale peraltro pare non esserci via di uscita, se non tornando sui propri passi, cosa che faccio immediatamente.
A questo punto me ne sbatto dei cartelli e seguo di nuovo la mappa, e magicamente, eccomi a Bagnoli di Sopra, dove faccio l'unico vero errore, vale a dire dovuto a mia cattiva lettura della mappa, dell'intero percorso. Ho una scusante: guido da quasi tre ore, sono stanca e assetata, e da diversi km nella mia mente si è formata l'immagine del tragico bicchierone di acqua e menta.
Così la vista di un bar mi fa leggere sinistra al posto di destra, mi arrendo, parcheggio sulla piazza di Bagnoli di Sopra, faccio un paio di foto commemorative, ed entro nel bar.
Il locale è dotato di aria condizionata, ragione per cui è strapieno di tutti gli anziani del paese, che, stravaccati in varie pose, giocano a carte. Il mio ingresso li ammutolisce. D'altra parte sono più o meno tutti in quell'età per cui una cinquantenne mediamente abbronzata, discretamente tonica, in pantoloncini corti e occhiale scuro costituisce una botta di giovinezza, per cui mi presto al gioco, andando e tornando dalla toilette col mio miglior passo ancheggiante.
Poi mi fiondo al banco, dove chiedo alla barista cinese l'intruglio agognato.
C'è da dire che solo una persona affetta da arsura cerebrale può pensare di dissetarsi con acqua e menta. Il beverone è una ignobile truffa, e lo so benissimo, ma tan'tè, mi sono creata il riflesso pavloviano da sola. Lo bevo praticamente in un sorso, pago, esco da locale con la stessa sete di prima, e via, verso la fine della mia avventura.
Passo Rovigo, passo Ferrara, arrivo finalmente a Bologna. Il cielo inizia a scurire, così cambio gli occhiali, entro in città, canto vittoria, e immediatamente mi perdo. Per fortuna che c'è il cellulare, e il buon Luka mi guida fino a casa sua. E adesso, finito il resoconto, e arrivato il resto della banda, ci metteremo a tavola con una impepata di cozze. Alleluja!

La chiesa di S. Michele, a Bagnoli di Sopra

La bellissima facciata di Villa Widman, a Bagnoli di Sopra, che meriterebbe di essere per lo meno ripulita dalla muffa che la corrode.

giovedì 5 giugno 2008

Un atomo di saggezza

I fatti sono noti: ieri nella centrale nucleare di Krsko, a 130 km da Trieste, si è verificato un incidente, con fuorisciuta di liquido di raffreddamento.
Per la prima volta dalla sua costruzione la centrale è stata sottoposta alle severe regole ai cui sono sottoposti gli incidenti che avvengono in centrali nucleari in europa.
Parlo di incidenti che avvengono in centrali nucleari, e non incidenti nucleari, non a caso: secondo la regolamentazione europea tutti gli incidenti che accadono in una centrale nucleare, anche quelli che non danno luogo ad alcun rilascio di materiale radioattivo, sono considerati incidenti nuclari, pur se di basso livello.
Ovviamente è ripartito l'allarmismo generale, attività che in Italia è particolarmente diffusa, in cui tutti parlano di tutto, ad eccezione dei tencici, che di solito, siccome tendono a dire le cose come stanno e a non alzare mai la voce, non vengono presi in considerazione da nessuno.
Krsko è una centrale che ha 25 anni di vita, che possono essere tantissimi, ma per un impianto energetico non sono poi tanti, considerato che l'ammortamento degli investimenti iniziali viene calcolato in oltre 30 anni, ma soprattutto, e questo non l'ho trovato scritto da nessuna parte, l'impianto è stato ammodernato 6 anni fa.
Krsko, tecnicamente parlando, non è Chenobyl, e non è una questione di età, ma di modalità di costruzione.
Krsko è una centrale PWR, Chernobyl era una gas/grafite.
Che cazzo stai dicendo, e chissenefrega sono due centrali nucleari, sento già dire.
No, quando si parla di tecnologia le parole contano molto.
PWR significa Pressurized Water Reactor. Si tratta di una tecnologia in cui il reattore e tutti i suoi parafernalia sono contenuti in un edificio in cemento armato, e completamente isolati dall'esterno.
Che significa? Che la perdita di liquido refrigerante radioattivo è avvenuta all'interno del reattore, che è completamente isolato dall'esterno.
Molto probabilmente ha ceduto una saldatura, una cosa che può succedere in qualsiasi manufatto umano, ma appunto, quel liquido è rimasto lì dove è fuoriuscito, e infatti, nonostante tutti cerchino di dire che è successo, non è successo che avvenisse una fuga di radiazioni all'esterno dell'edificio del reattore.
Ho anche letto che qualche buontempone ha calcolato che in cso di una fuga radioattiva dal reattore l'inquinamento provocato da Krsko sarebbe superiore a quello di Chernobyl: vero, verissimo ... però questa fuga dovrebbe avvenire. Il problema è che non può avvenire, l'edificio del reattore non è fatto di cartapesta.
Ammesso che quello di Krsko sia stato calcolato con i calcoli di base americani (le modalità di calcolo per le strutture in italia prevedevano che i calcoli degli spessori provenienti dagli Stati uniti venissero motliplicate per circa pi greco), le pareti sono spesse un metro e mezzo, e contengono più acciaio che calcestruzzo.
Piuttosto difficile che esca qualche cosa.
Krsko è una centrale come Threee Miles Island.
Non so quanta gente si ricorda di Three Miles Island, ma, dal punto di vista della gravità tecnica dell'incidente, fu estremamente peggiore di Chenobyl.
Però Three Miles Island era un PWR, e infatti le sue conseguenze per la popolazoone furono nettamente, molto nettamente, inferiori.
Oggi che i documenti non sono più secretati si può leggere che non si fu mai un movimento da parte dei misuratori di radiazioni nè nell'aria circostante la centrale né nel fiume vicino. Nulla.
Dopo di che mi sembra il caso di spendere due parole sulle vere cause degli incidenti nucleari peggiori mai successi: Three Miles Island, Chernobyl e un incidente avvenuto in Giappone in un impianto di arricchimento.
Three Miles Island: il reattore era diventato instabile e si erano avviate le procedure di spegnimento automatico. L'operatore, che non aveva voglia di verificare se una tessera di allarme funzionava bene o no, decise di default che l'allarme era in errore, e obbligò l'impianto a non spegnersi, provocandone l'esplosione.
Chernobyl: a seguito di una prova di carico non autorizzata, durante la quale, per far scendere la potenza dell'impianto al di sotto della potenza minima raccomandata era stato disattivato il circuito di raffreddamento di emergenza, prese fuoco la grafite, usata come moderatore al posto dell'acqua che si usa nelle centrali di tipo occidentale. Il personale di soccorso perse la testa, e cercò di spegnere la grafite usando l'anticendio ... acqua fredda su grafite infiammata, e patatrac.
Giappone: un gruppo di operai, addetto al travaso di una soluzione di uranio arricchito, vista avvicinarsi l'ora di mensa, invece di continuare il travaso alla velocità di sicurezza, sbloccò il dosatore della macchina su cui stavano operando. Il flusso eccessivo di materiale radioattivo causò il raggiungimento della massa critica, innescando una reazione nucleare.
Che significa tutto ciò? Che è inutile prendersela con la tecnologia ... nemmeno la tecnologia delle caverne può reggere la stupidità umana!
Detto tutto ciò, tanto per chiarire una volta per tutte come stanno le cose, è giusto fare nuove centrali nucleari oggi in Italia?
No!
Innanzi tutto perché la progettazione e la gestione di una centrale nucleare richiedono dosi enormi di onestà intellettuale, e in chi propone il nucleare oggi io questa onestà intellettuale proprio non la vedo, dopo di che, vi pare che abbia senso oggi costruire le piramidi?
Le centrali nucleari ancora esistenti sono come le piramidi, devono arrivare a fine vita senza spegnerle prima del tempo, ma costruirne di nuove è del tutto insensato.

lunedì 26 maggio 2008

Nozioni di ambiente "for dummies"

Mattina, poco più delle otto. Immaginatevi una poveraccia che ha fatto tardi la sera leggendo il magnifico nuovo libro di Giuseppe Genna, ed accende la radio con ancora le cispette sugli occhi. C'è il giornale radio e la prima cosa che sente è la voce da cyborg del Ministro delle Riforme Umberto "ce l'ho duro" (il catetere) Bossi che, a proposito del problema dei rifiuti dice: "Beh, adesso l'importante è trovare un buco in cui buttare i rifiuti intanto che si fanno i termodistruttori".
Ovviamente il risveglio è brusco in maniera devastante, che passare dallo stato di semincoscienza di chi si è appena svegliato al tirare accidenti a tutto volume non fa per niente bene.
Beata semplicità, il celodurista si esprime per assiomi e slogan, senza minimamente pensare che dietro quegli slogan e quelli assiomi c'è un mondo, che può anche essere più complesso della immagine fatta coi mattoncini del lego che ne ha lui.
Allora, che cos'è il buco del nostro celodurministro?
Una cava immagino. I rifiuti si buttano nelle cave, secondo lui. E pensare che i suoi compagni di avventure, quelli di AN, potrebbero spiegargli che le cave restituiscono sempre quello che ci si butta dentro: non a caso la foiba di Basovizza è stata sigillata, dato che non restituiva tutto quello che si pretendeva ci fosse stato buttato dentro.
Le cave hanno un altro brutto difetto: se si scava abbastanza finiscono sempre per trasformarsi in quei deliziosi laghetti nei quali si fa la pesca della trota, nel senso che vengono popolati con trote rincoglionite per le quali una botta di vita significa attaccarsi all'amo.
Eddai senatur, dalle tue parti ce ne sono diversi, dovresti sapere di che cosa sto parlando.
Insomma che sotto le cave di solito ci sta l'acqua ... ops, e che succede se metti i rifiuti nell'acqua?
Ah, tu, bevi acqua minerale e non ti contamini?
Pirla, la legislazione sull'acqua minerale è meno restrittiva di quella sulle acque di acquedotto, grazie a gente come il vostro buon amico Ciarrapico. E poi da qualche parte questa acqua minerale dovranno ben prenderla, mica si crea dal nulla no?
Insomma che se vuoi, caro senatur, ti puoi benissimo bere l'acqua minerale che viene dalle falde che stanno sotto le cave in cui hai buttato i rifiuti, se te la bevessi solo tu a me andrebbe benissimo.
Non continuo perché il post rischia di diventare complesso, nel senso che riuscirebbe comprensibile solo a gente che ha fatto almeno la prima elementare e abbia un neurone funzionante.
Ma, come ho già detto, l'organo pensante del leghista non contiene neuroni, quindi ...
Una sola cosa sui "termodistruttori": lo so che è una parola difficile, ma oggi si chiamano termovalorizzatori, il che significa che, dato che hai fatto la cazzata di costruirli, per lo meno cerca di ricavare un po' di energia dai rifiuti che ci bruci dentro (un po', mica tanta, giusto il minimo indispensabile per mascherare la cazzata)
Tutto chiaro senatur? Altrimenti, ghe so che me ...